• chinaslidebanner00.jpg
  • egyptslidebanner00.jpg
  • indiaslidebanner00.jpg
  • mongoliaslidebanner01.jpg
  • norwayslidebanner00.jpg
  • russiaslidebanner00.jpg
  • tanzaniaslidebanner00.jpg

Buongiorno Holy Cross!

Le mie giornate cominciano la mattina molto presto con il rumore inconfondibile dei tanti ragazzi e bambini che frequentano la Holy Cross School, negli edifici che circondano la Chiesa e la canonica dove abito. E' tutto un frenetico vociare di ragazzi che corrono, ridono, giocano insieme inventandosi con semplicità e fantasia nuovi modi di passare il tempo insieme. Così ogni oggetto diventa buono per trasformarsi in pallone o mazza o qualsiasi cosa che permetta loro di correre e divertirsi (povere divise a fine giornata...e povere mamme!).

Io ne approfitto per passare con loro un po' di tempo negli intervalli e alla fine della scuola, prima che che arrivino i mini-pulmini in cui vengono stipati per essere riportati a casa. Così chiedo loro da dove sono, cosa fanno a scuola, imparo qualche parola in xhosa (!) e i loro nomi, a volte incomprensibili agli orecchi di un occidentale. E la giornata inizia con il ritmo dei loro giochi e la chiassosa vivacità dei loro sorrisi, così spontanei e contagiosi (e con decine di mani curiose che mi toccano i capelli!!)...

Clicca qui per vedere tutte le foto!


District Six, una ferita a CapeTown

Molti mi chiedevano nei giorni scorsi: dove abiti a Cape Town?

Il posto dove si trova Holy Cross, la parrocchia dove risiedo, è molto particolare e rappresenta un momento importante della storia del Sudafrica, di Cape Town e dell'apartheid. Una ferita aperta nella memoria e nella vita di migliaia di persone, che andrebbe conosciuta e capita per cogliere un altro tassello di questo prisma così affascinante e complicato che è la terra sudafricana.

E' strano abitare "in centro" (10 minuti a piedi dal Parlamento) e avere attorno soltanto terra e spiazzi liberi con qualche palma, laddove anni fa sorgeva uno dei quartieri più popolosi e vivaci, ma anche scomodi e difficili che un giorno ha incrociato la sua esistenza e la vita dei suoi abitanti con i giochi politici di una città desiderosa di rifarsi un look più cittadino.

Scrive il giornalista freelance Marco Trovato (che ringrazio per la concessione alla pubblicazione):

Era un antico quartiere di Città del Capo, vivace e multirazziale. Venne cancellato dal regime segregazionista. Ora un museo ne ricostruisce la memoria. Mentre i vecchi abitanti tornano a casa.

Per migliaia di sudafricani la visita a District Six si trasforma inevitabilmente in un malinconico tuffo nel passato, un viaggio nella memoria costellato di dolorosi rimpianti. Un tempo, questo lembo di terra d’Africa all’incrocio tra due oceani ospitava un sobborgo vivace e attraente, il «Sesto Distretto» di Città del Capo, il quartiere più vivace e cosmopolita della prima città sudafricana. La popolazione era formata in maggioranza dai coloured, i meticci, che convivevano pacificamente con cittadini neri, bianchi, malesi, cinesi e indiani. District Six era un luogo multirazziale e interclassista. Vi trovavano casa la manodopera del porto, i commercianti asiatici, gli artigiani che sbarcavano il lunario nelle township. E centinaia di lavoratori bianchi della classe media. «Ciò che caratterizzava il quartiere era il senso di coesione sociale dei suoi abitanti – racconta lo studioso Davis Geoffrey, nell’introduzione del libro District Six –, lo spirito comunitario e la vibrante vitalità di un gruppo eterogeneo di essere umani che si identificavano profondamente con il carattere distintivo del loro ambiente».

     Ovviamente quella caotica promiscuità non piaceva agli architetti dell’apartheid ("separazione" in lingua afrikaans) che volevano un Sudafrica diviso secondo rigidi criteri razziali. Il regime segregazionista aveva obbligato tutti i cittadini a registrarsi all’anagrafe in base al colore della pelle. Quindi aveva proibito i matrimoni e i rapporti sessuali interrazziali. Nel 1950 istituì il famigerato “Group Areas Act”, una legge che vietava la convivenza tra gente di pelle diversa. In pratica il governo stabilì che le terre migliori venissero riservate ai bianchi, mentre i cittadini neri e meticci (l’80% della popolazione) furono relegati in squallidi ghetti. Un apposito ministero – guidato dall’ex presidente Pieter W. Botha, uno degli esponenti di punta del regime dell'apartheid – aveva il compito di suddividere tutti i centri abitati secondo principi razziali. «Dopo aver assegnato una zona a un determinato gruppo – ricorda Davis Geoffrey – fissava la data entro cui da quello stesso territorio dovevano andarsene tutti coloro che appartenevano ad altri gruppi razziali». 

     Ciò avvenne anche per District Six: l’11 febbraio 1966 il quartiere venne dichiarato una whites-only area. Molti neri e meticci furono costretti a far le valigie e a trovare rifugio nei miseri bantustan della regione del Capo. Due anni dopo, a partire dalla primavera del 1968, iniziò la rimozione coatta di tutta la popolazione “non bianca”. Oltre 60mila persone vennero sfrattate e costrette dalla polizia a trasferirsi in ghetti lontani molti chilometri dal luogo dove erano nate e dove lavoravano. 
Circa 4mila nuclei familiari furono sradicati dalle loro terre, occupate da quattro-cinque generazioni. Le loro povere case vennero abbattute e i terreni “bonificati” per far spazio a nuove e lussuose residenze destinate ai bianchi. Solo poche chiese e villette in stile vittoriano restarono in piedi: i bulldozer non risparmiarono quasi nulla del vecchio insediamento.

     Nel 1979 l’area venne ribattezzata col nome di “Zonnenbloem”, che in afrikaans significa “fiore selvaggio”. 
Ma il nuovo quartiere non fiorì mai. Pochi bianchi accettarono di trasferirvisi, ritenendo forse la zona insicura, e gli speculatori immobiliari pensarono bene di fare altrove i loro affari.

     Oggi una vecchia chiesa di District Six ospita un museo dedicato al signor Abbas e a tutti gli abitanti del quartiere che, come lui, hanno subito la stessa sopraffazione. Nel District Six Museum (www.districtsix.co.za) si trovano vecchie insegne e cartelli stradali. Gli oggetti personali, semplici e toccanti, della gente comune. E gli sconcertanti cimeli dell’apartheid («Riservata ai bianchi», c’è scritto su una panchina pubblica). Per terra, una grande cartina illustra la mappa dettagliata del quartiere dove gli ex residenti hanno indicato i punti in cui sorgevano le loro case. Alle pareti sono appese le fotografie sbiadite, in bianco e nero, che mostrano la sorprendente vitalità del luogo prima del suo annientamento. Si vedono matrimoni gioiosi, locali pieni di fumo e di gente, i ritratti delle famiglie vestite per i giorni di festa.

Potete leggere l'intero articolo di M.Trovato nel suo sito a questo link

 

Alcune foto del Museo di District Six


 

Informazione vera cercasi

Vi risparmio critiche sulla tv generalista italiana, sui programmi che ci propinano, sulla manipolazione dell'informazione...sul fatto che probabilmente se va avanti così è perché ci sta bene, ma se davvero volete conoscere fatti, notizie e approfondimenti della realtà africana, generalmente ignorata dai media nostrani, vi consiglio di dare un'occhiata al sito di Marco Trovato, fotografo e giornalista indipendente che lavora con diverse testate, oltre che essere impegnato in progetti di educazione interculturale legati al mondo della scuola. 

clicca su www.reportageafrica.it

 

foto di marco trovato e marco garofalo (www.marcogarofalo.com)

Cape Town comincia la nuova avventura

E' cominciata martedì scorso 11 febbraio, con questa intensa settimana la mia nuova esperienza in Sudafrica, a Città del Capo.

Città meravigliosa, città accogliente, pigramente immersa in questa caldissima estate di febbraio (oggi 38 gradi!).

Dopo aver cominciato a esplorare posti, ma soprattutto persone e situazioni (Lawrence House, il porto, Holy Cross...) oggi ho iniziato finalmente ufficialmente il mio servizio con la Comunità di lingua francese (molti congolesi, ma anche centrafricani, ivoriani, rwandesi etc...) nella Parrocchia di GoodWood, quartiere un po' più lontano dal centro ma facilmente raggiungibile.

Ho trovato una accoglienza bella e spontanea: lì si celebra la Messa la prima e la terza domenica del mese (per la scarsità di sacerdoti) e da molto tempo attendevano il mio arrivo e ora finalmente abbiamo iniziato tra canti, colori, bambini e festa! Merci à tous!

La prossima settimana invece celebrerò con la Comunità più numerosa e vivace di Cape Town a Saint Agnes.

Mais ça c'est super!

 

 

I Labirinti di Marian Kolodziej

In occasione della Giornata della memoria ho ripescato le immagini della mostra permanente del Centro Missionario Kolbe di Auschwitz, visitato nel 2008 con alcuni ragazzi della Parrocchia di Quinto.

La storia straordinaria di Marian Kolodziej è raccontata qui in italiano, qui in inglese.

Per non dimenticare. 

  • bilancia della giustizia.jpg
  • crocifisso.jpg
  • inferno.jpg
  • kolbe in cella.jpg
  • marian disegna.jpg
  • morte e musica.jpg
  • morti sul carro.jpg
  • particolare crocifisso 03.jpg
  • progionieeri affamati.jpg
  • san francesco e kolbe.jpg

Buon Anno 2014

Chissà quanti auguri avete già ricevuto in questi giorni..

Allora poche parole e qualche immagine per sperare in un anno che non ci faccia mancare anche emozioni, musica e movimento!

Io le ho trovate senza saperlo una sera di pochi giorni fa in Noord Station a Bruxelles. Già rassegnato ad aspettare due interminabili ore l'arrivo del mio bus, tra noia e gente che passa...butto l'occhio e vedo in un angolo di questa grande stazione quattro ragazzi che fanno si muovono a passo di breakdance, approfittando di questa sala prove, spaziosa e gratuita.

Una cassa, le loro tute ampie e tanto ritmo e movimento. Serve altro per iniziare bene l'anno?!...Allora auguri and move up!

(trovate tutte le foto nel menù Breakdancers in Bruxelles in Viaggi&Idee )