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Cape Point

Città del Capo deve il suo nome e la sua fortuna alla sua posizione su questo lembo di terra, questa piccola penisola che termina appunto con il Capo di Buona Speranza, che muoverà probabilmente qualche ricordo scolastico nella nostra mente tra storia e geografia, tra epopee ddi grandi viaggiatori e leggendarie traversate degli oceani. E' il punto più a sud ovest della terra africana.

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I Pinguini di Boulders Beach

Un esperimento unico, divenuto un'attrattiva mondiale. I pinguini africani, sì avete capito bene i pinguini - quelli che siete abituati a immaginare sulle distese di ghiaccio dell'Antartide - in Africa. Hanno trovato un nuovo abitar in questa singolare spiaggia, dove si riproducono e passano felicemente le loro giornate tra la sabbia e il mare, per la gioia dei turisti che li fotografano dalle zone dove è concesso vederli. Di taglia decisamente più piccola, sono però una consistente colonia, simpatici da vedere e un po' strani...da ascoltare! Infatti nei loro corteggiamenti amorosi usano richiamarsi con un verso che assomiglia tantissimo al raglio di un asino, cosicché se vi avvicinate senza vederli alla spiaggia crederete di essere arrivati nel posto sbagliato!

Segno delle nuove globalizzazioni e migrazioni? Mistero e fascino della natura, aiutato e/o forzato dalla mano dell'uomo? I nostri pinguini sembrano comunque a loro agio e poi, con lo scioglimento dei ghiacciai e l'innalzamento del clima sempre più avanzato forse potrebbero agre trovato una soluzione o una via di scampo per i tanti amici che si muovono buffamente sulle bianche distese del polo sud!

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Saint Patrick

Oggi nella Chiesa si ricorda San Patrizio, una festa molto sentita nel mondo anglosassone e soprattutto in Irlanda, di cui fu il grande evangelizzatore nel V secolo e di cui è il patrono (bellissima la Cattedrale a lui dedicata, ma non solo in Irlanda, anche a New York e molti altri paesi). Anche qui lo si festeggia con la particolare tradizione di portare qualche indumento di colore verde. Così stamattina i bimbi più piccoli (e non solo) della scuola erano un'esplosione di colore e vivacità, sembravano un piccolo esercito di lucertoline che nel sole di Cape Town guizzavano da ogni dove, portando fin quaggiù il ricordo del grande santo missionario che portò il Vangelo e la fede nel cuore della verde Irlanda.

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Table Mountain View

Table Mountain sovrasta Cape Town, anzi è parte integrante della città con la sua caratteristica cima piatta e lunga che si protende verso il mare. Facilmente visibile dal centro e punto di riferimento per orientarsi in strada e in città è da sempre meta turistica molto gettonata ed è stata inserita tra le Nuove 7 meraviglie naturali del mondo. Perché si chiami Tavola è facile da capire, così anche perché gli abitanti locali chiamino la bianca di coltre di nuvole o foschia che a volte ne ricopre la cima "tovaglia"!

Offre sicuramente una vista impareggiabile sulla città e sul mare, con diversi punti di osservazione e vari sentieri per camminare che si dipanano lungo le rocce, dove si muovono i cassie (una specie di marmotte, che in verità non sono della stessa famiglia) e crescono le bellissime protee. La facilità di accesso con la bella cabinovia che sale alla cima crea però a volte affollamento di turisti (c'è anche un bel sentiero che sale, ma non l'ho ancora provato!) tranne quando il forte vento - che spesso si scatena da queste parti - ne impedisce il funzionamento. Quando gli orari o le giornate si presentano più tranquille e meno caotiche, Table Mountain offre un luogo magnifico per una scappata dal centro città per trovare un angolo di pace dove sostare, camminare o - come faccio talvolta - finire in uno sprazzo di verde e di pace qualche lavoro o qualche lettura.

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Buongiorno Holy Cross!

Le mie giornate cominciano la mattina molto presto con il rumore inconfondibile dei tanti ragazzi e bambini che frequentano la Holy Cross School, negli edifici che circondano la Chiesa e la canonica dove abito. E' tutto un frenetico vociare di ragazzi che corrono, ridono, giocano insieme inventandosi con semplicità e fantasia nuovi modi di passare il tempo insieme. Così ogni oggetto diventa buono per trasformarsi in pallone o mazza o qualsiasi cosa che permetta loro di correre e divertirsi (povere divise a fine giornata...e povere mamme!).

Io ne approfitto per passare con loro un po' di tempo negli intervalli e alla fine della scuola, prima che che arrivino i mini-pulmini in cui vengono stipati per essere riportati a casa. Così chiedo loro da dove sono, cosa fanno a scuola, imparo qualche parola in xhosa (!) e i loro nomi, a volte incomprensibili agli orecchi di un occidentale. E la giornata inizia con il ritmo dei loro giochi e la chiassosa vivacità dei loro sorrisi, così spontanei e contagiosi (e con decine di mani curiose che mi toccano i capelli!!)...

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District Six, una ferita a CapeTown

Molti mi chiedevano nei giorni scorsi: dove abiti a Cape Town?

Il posto dove si trova Holy Cross, la parrocchia dove risiedo, è molto particolare e rappresenta un momento importante della storia del Sudafrica, di Cape Town e dell'apartheid. Una ferita aperta nella memoria e nella vita di migliaia di persone, che andrebbe conosciuta e capita per cogliere un altro tassello di questo prisma così affascinante e complicato che è la terra sudafricana.

E' strano abitare "in centro" (10 minuti a piedi dal Parlamento) e avere attorno soltanto terra e spiazzi liberi con qualche palma, laddove anni fa sorgeva uno dei quartieri più popolosi e vivaci, ma anche scomodi e difficili che un giorno ha incrociato la sua esistenza e la vita dei suoi abitanti con i giochi politici di una città desiderosa di rifarsi un look più cittadino.

Scrive il giornalista freelance Marco Trovato (che ringrazio per la concessione alla pubblicazione):

Era un antico quartiere di Città del Capo, vivace e multirazziale. Venne cancellato dal regime segregazionista. Ora un museo ne ricostruisce la memoria. Mentre i vecchi abitanti tornano a casa.

Per migliaia di sudafricani la visita a District Six si trasforma inevitabilmente in un malinconico tuffo nel passato, un viaggio nella memoria costellato di dolorosi rimpianti. Un tempo, questo lembo di terra d’Africa all’incrocio tra due oceani ospitava un sobborgo vivace e attraente, il «Sesto Distretto» di Città del Capo, il quartiere più vivace e cosmopolita della prima città sudafricana. La popolazione era formata in maggioranza dai coloured, i meticci, che convivevano pacificamente con cittadini neri, bianchi, malesi, cinesi e indiani. District Six era un luogo multirazziale e interclassista. Vi trovavano casa la manodopera del porto, i commercianti asiatici, gli artigiani che sbarcavano il lunario nelle township. E centinaia di lavoratori bianchi della classe media. «Ciò che caratterizzava il quartiere era il senso di coesione sociale dei suoi abitanti – racconta lo studioso Davis Geoffrey, nell’introduzione del libro District Six –, lo spirito comunitario e la vibrante vitalità di un gruppo eterogeneo di essere umani che si identificavano profondamente con il carattere distintivo del loro ambiente».

     Ovviamente quella caotica promiscuità non piaceva agli architetti dell’apartheid ("separazione" in lingua afrikaans) che volevano un Sudafrica diviso secondo rigidi criteri razziali. Il regime segregazionista aveva obbligato tutti i cittadini a registrarsi all’anagrafe in base al colore della pelle. Quindi aveva proibito i matrimoni e i rapporti sessuali interrazziali. Nel 1950 istituì il famigerato “Group Areas Act”, una legge che vietava la convivenza tra gente di pelle diversa. In pratica il governo stabilì che le terre migliori venissero riservate ai bianchi, mentre i cittadini neri e meticci (l’80% della popolazione) furono relegati in squallidi ghetti. Un apposito ministero – guidato dall’ex presidente Pieter W. Botha, uno degli esponenti di punta del regime dell'apartheid – aveva il compito di suddividere tutti i centri abitati secondo principi razziali. «Dopo aver assegnato una zona a un determinato gruppo – ricorda Davis Geoffrey – fissava la data entro cui da quello stesso territorio dovevano andarsene tutti coloro che appartenevano ad altri gruppi razziali». 

     Ciò avvenne anche per District Six: l’11 febbraio 1966 il quartiere venne dichiarato una whites-only area. Molti neri e meticci furono costretti a far le valigie e a trovare rifugio nei miseri bantustan della regione del Capo. Due anni dopo, a partire dalla primavera del 1968, iniziò la rimozione coatta di tutta la popolazione “non bianca”. Oltre 60mila persone vennero sfrattate e costrette dalla polizia a trasferirsi in ghetti lontani molti chilometri dal luogo dove erano nate e dove lavoravano. 
Circa 4mila nuclei familiari furono sradicati dalle loro terre, occupate da quattro-cinque generazioni. Le loro povere case vennero abbattute e i terreni “bonificati” per far spazio a nuove e lussuose residenze destinate ai bianchi. Solo poche chiese e villette in stile vittoriano restarono in piedi: i bulldozer non risparmiarono quasi nulla del vecchio insediamento.

     Nel 1979 l’area venne ribattezzata col nome di “Zonnenbloem”, che in afrikaans significa “fiore selvaggio”. 
Ma il nuovo quartiere non fiorì mai. Pochi bianchi accettarono di trasferirvisi, ritenendo forse la zona insicura, e gli speculatori immobiliari pensarono bene di fare altrove i loro affari.

     Oggi una vecchia chiesa di District Six ospita un museo dedicato al signor Abbas e a tutti gli abitanti del quartiere che, come lui, hanno subito la stessa sopraffazione. Nel District Six Museum (www.districtsix.co.za) si trovano vecchie insegne e cartelli stradali. Gli oggetti personali, semplici e toccanti, della gente comune. E gli sconcertanti cimeli dell’apartheid («Riservata ai bianchi», c’è scritto su una panchina pubblica). Per terra, una grande cartina illustra la mappa dettagliata del quartiere dove gli ex residenti hanno indicato i punti in cui sorgevano le loro case. Alle pareti sono appese le fotografie sbiadite, in bianco e nero, che mostrano la sorprendente vitalità del luogo prima del suo annientamento. Si vedono matrimoni gioiosi, locali pieni di fumo e di gente, i ritratti delle famiglie vestite per i giorni di festa.

Potete leggere l'intero articolo di M.Trovato nel suo sito a questo link

 

Alcune foto del Museo di District Six