Tura (Meghalaya), appunti di viaggio
dicembre 2009 – gennaio 2010

Cosa potrei raccontare delle tante cose che ho visto, fatto, incontrato, pensato nel corso del viaggio che ho fatto in India lo scorso gennaio? Non tutte, certamente non solo perché stancherei la pazienza di chi legge ma perché forse si agitano ancora dentro di me, chiedendo di essere ulteriormente decantate e interiorizzate.

Non i soliti luoghi comuni sull’India perché davvero quando ti trovi là sul posto tutto si colora e si anima in maniera nuova e inaspettata e le immagini di tanti libri diventano persone, gesti, parole in un clima di accoglienza e di pace che è davvero difficile da descrivere.

Allora vi racconterei innanzitutto una storia della tradizione indiana che credo aiuti a capire l’approccio con cui ho cercato di vivere questa esperienza: si tratta della storia di Kup manduk, cioè la rana del pozzo*.

Un giorno, nel piccolo pozzo in cui una rana è vissuta tutta la sua vita, salta una rana che dice di venire dall’oceano.
« L’oceano? E cos’è? » chiede la rana del pozzo.
«Un posto grande, grandissimo », dice la nuova arrivata.
«Grande come?»
« Molto, molto grande. »
La rana del pozzo traccia con la zampa un piccolo cerchio sul¬la superficie dell’acqua: «Grande così?»
«No. Molto più grande.»
La rana traccia un cerchio più largo.
«Grande così?»
«No. Più grande.»
La rana allora fa un cerchio grande quanto tutto il pozzo che è il mondo da lei conosciuto.
« Così? »
« No. Molto, molto più grande », dice la rana venuta dall’o¬ceano.
«Bugiarda! » urla kup manduk, la rana del pozzo, all’altra. E non le parla più.

Quanto mi sono sentito come quella rana nei primi giorni, quasi che arrivare in India equivalesse al balzo dal piccolo pozzo in cui si svolgeva la mia vita di ogni giorno all’oceano di storia, gente e profumi che mi si è aperto davanti al mio arrivo a Delhi.

L’occasione del viaggio, non certo “turistico”, era data dalla visita a uno zio missionario salesiano, P.Battista Busolin. Un “giovanotto” di 88 anni sbarcato con un sotterfugio 60 anni fa in India e giunto nelle terre del nord-est, al confine tra India, Cina e Bangladesh nelle colline – all’epoca ancora selvagge – abitate dalla tribù dei Garo. Da anni quell’invito ad andare a trovarlo mi affascinava e mi e finalmente era giunto l’occasione di fare questo viaggio.

Ma arrivare dall’Italia all’India, al di là dello scopo del viaggio, mette a nudo le nostre piccolezze, la nostra fatica tutta occidentale a svestire il nostro modo di pensare, vivere, lavorare… per entrare in un mondo completamente diverso, una cultura millenaria basata su altri valori, altri criteri e stili di vita, insomma quasi un “altro” mondo.

“Non conformatevi alla mentalità di questo mondo ma rinnovatevi”, dice san Paolo ai Romani e in un certo senso l’ho sperimentato anch’io, perlomeno per non cadere nello sbaglio di bollare tutto come assurdo e incredibile, perché “da noi non è così”. Detto questo, forse capirete come – vivendo con questo atteggiamento di curiosità, accoglienza e rispetto – ogni incontro e avvenimento successo in quel mese sia diventato per me occasione di riflessione, di mettere in discussione alcuni pregiudizi o preconcetti, di vagliare i miei modi di vivere o pensare cui ero abituato. Ne accenno qualcuno.

Quanti bambini!

Davvero ti trovi da subito accolto e quasi accerchiato da uno stuolo di bambini di tante età, per strada da soli fin da piccolissimi, una ressa chiassosa e variopinta che restituisce forse l’eco dei cortili delle nostre case di un tempo, ma in modo ancor più confuso e assordante. La vita che ancora non dipende dal calcolo o dalle nostre esigenze, ma che si fa accoglienza del dono di Dio sembra persa nei nostri paesi. Eppure vedendo quel il cuore di apre di gioia, il sorriso ti esce anche se non vuoi, gli occhi si riempiono di altri volti, sorrisi, colori. Mi veniva in mente quel passo della Genesi in cui Dio promette ad Abramo una discendenza e così nasce Isacco, che significa “sorriso di dio”, che rappresenta il dono più grande, sperato ma inatteso, vita gratis, miracolo per cui all’uomo è concesso di divenire creatore, di generare vita, di essere “come dio”, perché può amare gratuitamente.

Quanto spesso vedo invece tristezza e rassegnazione dei volti dei tanti bambini che girano per le nostre comunità e non di meno nei volti dei loro genitori. Hanno tutto forse ma non quel sorriso di Dio.

Poi, inevitabilmente, nella mia mente da europeo, nasceva l’interrogativo: ma non sono troppi? che vita avranno?…Poi però dai cerchi del pozzo della mia coscienza balzavano fuori anche altre riflessioni: quando dei bambini sono troppi? Perché non sono in grado di mantenerli? Allora però mi chiedo con quale tenore di vita…

Perché sono di intralcio alla mia realizzazione? Quando non sono voluti? Perché mi chiedono attenzione e mi inchiodano alle mie responsabilità di adulto?…E’ triste sentire che dopo che aver consumato, usurpato, sottratto loro per secoli ricchezze e risorse materiali e potenzialità umane con vecchie e nuove schiavitù noi adesso diciamo loro che non ci sono beni a sufficienza per tutti…e quindi è “ragionevole” non di fare altri figli!

In verità sullo sfondo sta la grande questione del senso che possono avere per noi e per loro la vita e la morte: il loro stile di vita, ancora così legato ai ritmi della natura, li porta a guardare in faccia con meno paura tutto il senso dell’esistenza, compresi il dolore, la sofferenza e la malattia e la morte (è sconvolgente per noi che abbiamo occultato ogni traccia di fragilità umana camminare per strada e vedere un pugno di persone che  lì, davanti a tutti, preparano il fuoco per bruciare il cadavere del loro caro).

Forse l’India in questo senso può ancora aiutarci a non scappare dalle domande fondamentali e a non vedere nella povertà e nei fallimenti della vita solo un insopportabile sconfitta, facendo i conti con quel culto dell’individualismo e della persona che sta minando le basi della nostra civiltà e della comunione.

A proposito, dovremmo riflettere sul mito indiano dei cinque fratelli Pandava, principi esiliati dal loro regno, che vivono per alcuni anni nella foresta*.

Un giorno, dando la caccia a un cervo che non si lascia prendere, i cinque si fermano, esausti e assetati, in una radura. Il più giovane sale su un albero, vede in lontananza uno stagno e dice ai fratelli che va a prendere l’acqua. Il tempo passa, ma il giovane non torna. Il secondo fratello va a cercarlo, e anche lui scompare. Lo stesso succede al terzo e al quarto fratello. Il quinto, rimasto solo, si dirige allora verso lo stagno e resta allibito: i suoi quattro fratelli giacciono morti al bordo dell’acqua fresca e cristallina. Non ci sono tracce di lotta, non ci sono orme, tranne le loro. Si dispera ma, assetato com’è, mette una  mano per bere. « Fermo! » sente dire. « Questo è il mio stagno. Solo se rispon¬di alle mie domande potrai bere. Se bevi senza rispondere, mori¬rai come sono morti i tuoi fratelli. »
A parlare è una cicogna che ripete la sua sfida.
« Rispondi alle mie domande e potrai bere. »
Il giovane Pandava accetta. I primi quesiti sono facili e il gio¬vane non ha difficoltà a rispondere. Poi viene la domanda chiave: e Dimmi, qual è l’aspetto più sorprendente della vita?» chiede la cicogna.
« Che l’uomo vede la morte mietere innumerevoli vite attorno a sé, ma non pensa mai che la morte verrà anche per lui», dice il giovane toccando i cadaveri dei fratelli.
La risposta è esatta. L’incantesimo è rotto e i quattro fratelli, nessuno dei quali aveva pensato che la morte era lì anche per lui, tornano in vita.

Qui ho compreso anche il valore immenso e profondo dell’istruzione e dell’educazione, che è – dopo l’emergenza sanitaria, dato che almeno la lebbra è ormai arginata – la priorità dell’azione dei missionari salesiani che operano in queste zone. E’ fondamentale offrire soprattutto ai giovani l’educazione e con essa permettere uno sbocco lavorativo e professionale e la promozione sociale.

Quante considerazioni sulle fatiche della nostra scuola! La demotivazione o impreparazione di certi insegnanti, la fatica solitaria e incompresa si altri, la scarsa qualità di alcune offerte formative, la sufficienza e il disinteresse di molti studenti o delle loro famiglie, le enormi potenzialità sprecate, la questione dell’istruzione ridotta a bilanci da far quadrare…eppure a volte sembra che abbiamo dimenticato il ruolo fondamentale e insostituibile della scuola mentre in queste terre così povere e arretrate  è il primo pane che una famiglia cerca di assicurare ai propri figli.

Noi, che i figli li abbandoniamo o viziamo invece che amarli liberamente o educarli alla responsabilità e al rispetto, presentiamo come un rischio e una minaccia quello che per loro riveste il significato più grande e il valore più prezioso, cioè un figlio che è vita nuova, è qualcosa di noi stessi che continua, è speranza, è dono che ci supera.

C’è davvero contrapposizione tra sviluppo demografico e benessere, crescita economica e civile? Eppure in India, dal 1947 ad oggi, la popolazione è aumentata di numero ma la povertà è diminuita e l’espansione continua. E  comunque cos’è il benessere? Quello della nazione, dei politici, degli industriali, delle famiglie, dei poveri? E in cosa si misura? L’alloggio e il sostentamento, i beni di consumo, l’istruzione, la possibilità di elevarsi sulla scala sociale…

L’india, che ha enormi possibilità e potenzialità per diventare una potenza economica e politica non da meno di altri colossi come la Cina, ha costruito negli ultimi decenni la sua fortuna proprio sulle giovani generazioni che hanno potuto studiare e ricoprire ruoli chiavi nei settori della vita civile e politica.

Una accoglienza spontanea e una fede fresca

Semplicemente, una festa. Ecco cosa diventava l’ingresso in uno nei villaggi o nelle case delle famiglie, anche le più semplici o povere. L’ospite – per giunta straniero – è benedizione che ci raggiunge, occasione di praticare l’accoglienza, occasione di scambio e ascolto. Questo clima fa superare tutte le barriere culturali, genera uno spontaneo clima di benevolenza, mette in secondo piano le differenze o le rende ricchezze da scoprire e condividere, fa’ dimenticare le distanze che ci separano, rende vicino anche il fratello che parla solo il suo incomprensibile dialetto locale.

Delle  tante accoglienze festose cui sono stato fatto oggetto, specialmente nelle Comunità che ho visitato insieme allo zio, una in particolare ha segnato l’inizio del mio viaggio: quella al Lebbrosario.

Non è mai facile incontrare il povero o il diverso: però se da una parte è una esperienza che provoca e mette in luce paure e pregiudizi, dall’altra è uno stimolo per imparare a relazionarsi in modo dare più vero. Per esempio, dare la mano, uno dei gesti più normali e spontanei – anche se forse purtroppo spesso scontato, rituale e superficiale – può diventare un banco di prova quando dall’altra parte la persona che ti saluta non ha mano o dita o addirittura braccia. Più ancora che imbarazzante è disarmante! Eppure riflettendo sulle tante persone incontrate in quel giorno di festa al Lebbrosario a Capodanno mi accorto di una esperienza nuova: quella forzata impossibilità a dare la mano in modo normale, mi ha portato a salutare innanzitutto guardando negli occhi la persona (con quanta fatica lo facciamo noi qui!), leggendole dentro una serenità e semplicità che mi metteva subito a mio agio. Da quando son tornato, mi sono accorto di questo piccolo cambiamento: non guardo più, come facevo prima, la mano che stringo ma gli occhi della persona che incontro per cercarvi una luce e una porta aperta per entrare in una comunione più profonda.

Il momento più atteso e di gioia e condivisione – ai nostri giovani sembrerà incredibile! – era senz’altro quello della Messa, attesa (anche perché vissuta in molti villaggi solo quando passa il missionario) e non subita, partecipata nel canto, nelle danze, nei riti curati con passione e fantasia.

Due tentazioni potrebbero prendermi, come prete, di fronte a questo modo di celebrare l’Eucarestia. Da un lato la possibile “nostalgia dei tempi di cristianità” in cui tutti andavano a Messa, quando non bisognava escogitare escamotage per “tirare” la gente in Chiesa e non si finiva per bacchettare indispettiti i pochi che ci sono per colpa dei tanti che mancano…

Dall’altro pensare che alcuni elementi coreografici ben studiati potrebbero risolvere la nostra cronica disaffezione alla Messa e riportare folle di persone, giovani in primis, tra i banchi non troppo affollati delle nostre chiese.

In verità rischierei di invertire il discorso: questo modo così vivo di celebrare la Messa è frutto del loro atteggiamento, di un desiderio di condivisione e comunità maggiore, di una fede più spontanea e meno scontata, soprattutto più ancorata alla vita vissuta. Come è significativa in questo senso la suggestiva danza dell’offertorio: il modo spontaneo e dinamico con cui le donne si accostano all’altare, ma anche in la concretezza della processione con cui ognuno porta in semplicità all’altare quello che ha: un pugno di riso, qualche uova, pochi spiccioli.

Finché non scatta questa adesione di fede – al di là che si tratti di un villaggio che ha conosciuto il Vangelo trent’anni fa o di una Comunità con una tradizione millenaria di cristianesimo – finché Cristo non è un interlocutore significativo per la mia vita, finchè la Comunità non diventa il luogo del ritrovo, del confronto e della fraternità ogni celebrazione risulta comunque vuota, artefatta, senza gusto e passione.

I ritmi indiani.

Che benedizione poter vivere alcune settimane “piene” certo di impegni, incontri, chilometri macinati (l’India è semplicemente enorme, distanze grandissime, un  vero continente dove ogni zona è differente per storia, cultura, popolazione, costumi) ma senza la soffocante sensazione di esserne schiacciati o costretti! Non posso raccontarvi di favolose serate in locali particolari o di esotiche esperienze notturne ma quasi quasi, al termine di certe giornate fitte di impegni e di “inevitabili” riunioni, rimpiango quei momenti serali in India con la sola compagnia di una candela (non sempre nei villaggi c’è la corrente…) e del fido taccuino per appuntare ricordi e considerazioni. La vita scorre anche là (dopo un giorno nel traffico di una città indiana, il nostro caos vi sembrerà poca cosa…) ma su altri binari, ha un inizio e una fine, soprattutto ha un tempo per essere meditata e digerita. Ora la nostalgia di quei tempi di silenzio e quiete alternati al tumulto degli impegni quotidiani mi spingono a cercare ancora anche qui di trovare spazi di riflessione sempre più impervi da praticare.

Eppure diventa una esigenza ineludibile nella misura in cui voglio essere protagonista della vita senza subirla o vederla sfilarmi accanto senza lasciare segno. Questo però richiede tempi di silenzio e di ascolto, che per noi sono sempre più difficili da trovare o conservare, non perché impossibili da trovare (per quel che vogliamo troviamo tempo e energie!) ma perché ci spaventano nella loro promessa di portarci luce e verità.

Come nella storiella del re che va nella foresta da un famoso rishi, un maestro induista*.

« Dimmi, qual è la natura del Sé? » chiede.
Il vecchio io guarda e non risponde.
Il re ripete la domanda. Il rishi non risponde.
Il re chiede di nuovo la stessa cosa, ma il rishi resta muto.
Il re s’arrabbia e urla: « Io chiedo e tu non rispondi! »
«Tre volte ti ho risposto, ma tu non stai a sentire», dice, cal¬mo, il rishi.
« La natura del Sé è il silenzio. »

Non è solo questione di calma e la tranquillità, notoriamente una qualità caratteriale del popolo indiano, ma l’ho vista come una incarnazione dell’invito evangelico di Gesù a non affannarsi, a non lasciarsi sopraffare dal fare, dando primato alle persone piuttosto che ai beni. Certo uno sguardo alla nostra società mette impietosamente in evidenza la difficile equazione tra ricchezza materiale e ricchezza interiore che già Gesù aveva evidenziato, interrogandoci sul volto di Dio come Padre provvidente e sul colto del fratello povero come beato. Sono tornato rafforzato nella convinzione che la povertà di spirito resta un cammino faticoso per ogni cristiano, valido e fruttuoso solo nella misura in cui ci costringe a camminare – senza attaccare il cuore a niente a nessuno – ma rigiocandolo continuamente con fantasia e attenzione.

La faticosa integrazione religiosa.

Questa che è una delle sfide dei nostri tempi, ha avuto uno sviluppo e una storia particolare proprio qui in India, dove da sempre l’elemento religioso e quello sociale e politico sono stati intrecciati. La storia dice che in india fino all’indipendenza del ’47 l’obiettivo comune di raggiungere questo traguardo aveva unito le forze e aiutato a superare tensioni e conflitti; poi però altri fattori (sviluppo economico, spartizione politica, gestione del potere) hanno minato questo delicato equilibrio, portando alla delicata situazione che conosciamo oggi tra induisti, musulmani e cristiani. Queste vicende, unitamente alla considerazione che nei villaggi lontano dai centri e dalle grandi città è tranquillamente possibile convivere pacificamente e l’altro è prima di tutto una persona e non “uno di un’altra religione” o un avversario, mostrano come non siano certo la religione e la fede le cause dirette e prime dei conflitti ma casomai le visioni politiche e sociali che ne derivano. Forse dovremmo ricordarcene anche in occidente, giacché la gestione sapiente e equilibrata della libertà rimane una delle più grande sfide dell’uomo, per capire se davvero  il mio bene esclude quello degli altri.

Questi flash sono solo alcuni scatti di questo viaggio così intenso, così ricco di esperienze e considerazioni, così graffiante e rasserenante allo stesso tempo.

Badate bene, non voglio dare dell’India una visione idealizzata e sognante (c’è ben poca poesia da fare sulla povertà, la sporcizia, ignoranza, la cultura basata sulla divisione in caste cancellata solo sulla carta…), quasi fosse un paradiso perduto né gettare solo fango sul nostro mondo occidentale, confondendolo con l’origine di tutti i mali. Solo dall’incontro faticoso e sorprendente tra questi due mondi ne ho tratto personalmente lo stimolo per fare il punto della situazione su tante cose: i valori fondamentali, lo stile delle relazioni, l’uso dei beni e del tempo, la mia stessa fede.

Mi ha segnato nella volontà di non rassegnarmi a nuotare nel pozzo del già conosciuto, motivandomi per esempio a verificare di continuo quanto sono capace prima di giudicare, criticare o sentenziare di “mettermi al posto dell’altro”, di capire le ragioni di un certo atteggiamento, scelta, o comportamento. Mi ha stimolato a fermare appena possibile il vortice di cose da fare per trovare il senso e la direzione dell’andare, staccando il piede dall’acceleratore.

Questo in fondo dovrebbe essere il motivo e il risultato di ogni viaggio: da quello intercontinentale a quello, forse a volte più faticoso ancora, che ci porta a varcare la soglia del nostro vicino. Il cristiano del resto, proprio perché uomo, è per sua natura pellegrino, viaggiatore. All’eroe Rohita, ma anche a ogni uomo o donna che si mette in cammino verso la scoperta di sé, di Dio e dei fratelli, i testi sacri indiani dedicano questo augurio con cui concludo queste mie righe di condivisione*:

Non c’è felicità per chi non viaggia, Rohita!
A forza di stare nella società degli uomini,
Anche il migliore di loro si perde.
Mettiti in viaggio.
I piedi del viandante diventano fiori,
La sua anima cresce e dà frutti
E i suoi vizi son lavati via dalla fatica del viaggiare.
La sorte di chi sta fermo non si muove,
Dorme quando quello è nel sonno
E si alza quando quello si desta.
Allora vai, viaggia, Rohìta!

 

 

* questi racconti sono presi da Tiziano Terzani, Un ultimo giro di giostra (Bompiani)