acceptance

Acceptance, sia in francese che in inglese significa “accettazione“. Una parola chiave parlando di migrazione, di accoglienza e integrazione, di vite umane, territori e comunità che si incontrano e camminano. Dietro a questo nome ci sono una persona e una storia.

Patrick Bongoy ha il sorriso e l’espressività di molti giovani congolesi che hanno lasciato Kinshasa, le sue contraddizioni e i rischi di una vita senza prospettive per cercare fortuna e un riparo in Sudafrica. Moglie e due bimbi, fa parte di una delle comunità di lingua francese di Cape Town, a Holy Redeemer ma vive non lontano dal centro e lavora nel suo atelier nel quartiere di Observatory.

Patrick ha fantasia, gusto e un talento artistico che ha sviluppato nella capitale congolese – dove, nonostante le mille difficoltà per vivere una vita normale, la musica e l’arte sono ancora apprezzate e coltivate – frequentando l’Accademia di Belle Arti, a pochi passi dalla cattedrale. E’ riuscito a entrare in un programma di supporto e valorizzazione di giovani artisti africani che gli permette di lavorare e esporre le sue opere grazie a una Galleria d’Arte che ne fa conoscere l’estro e l’originalità non solo a Cape Town ma in tutto il Sudafrica.

Lo stesso Patrick racconta in questo video la sua storia

«Acceptance» è anche il titolo di questa sua opera, dono della Comunità dei migranti e rifugiati di lingua francese all’Arcivescovo di Cape Town in occasione della sua visita. Gli avevo chiesto se era disposto a creare qualcosa che esprimesse qualcosa di lui e della sua storia per questa occasione e lui molto volentieri ha creato questo olio su tela, di cui ho trascritto alcune chiavi di interpretazione (sì lo so che molti preferiscono non “spiegare” le opere, per lasciare che ognuno ne trovi il proprio significato etc…ma oltre al significato «soggettivo» c’è sicuramente il senso originale e «oggettivo» che l’autore gli ha dato e dato che lui stesso ha voluto raccontarcelo, lo condivido).

Nel sito di ebonycurated.com trovate immagini della sua mostra «Where are we? Where are we going?» (Dove siamo, dove stiamo andando?).

 

Intanto l’umanità intera è rappresentata da tre bambini, che rappresentano insieme la vita, la speranza e il futuro da costruire.

Solo i bambini sono davvero capaci fino in fondo di accettazione, di incontro senza pregiudizio e di condivisione oltre le barriere.

Sono bambini ideali o che comunque incarnano popoli di uomini e donne diversi (da qui i loro tratti volutamente marcati, i vestiti sgargianti e i colori irreali della loro pelle): esprimono anche le potenzialità e le capacità dell’uomo di andare oltre quello che è il normale, i codici definiti, quello che ci si aspetta. I bambini-veri uomini sanno vivere e trasformare la realtà.

Questi bambini sono migranti, che cercano, intravedono un futuro che immaginano bello e pieno di positività, come i loro sorrisi aperti, però al tempo stesso sono figli di una storia di fatica e di un lungo viaggio, di uno sradicamento doloroso, di una perdita sofferta, quasi sempre di una fuga da situazioni di angoscia, violenza, fatica, insostenibilità rappresentate da quello sfondo nero e rosso (ricordiamo che silenziosamente c’è una guerra che va acanti nella Repubblica Democratica del Congo, specialmente nella regione del Kivu e che il clima sociale e politico è insicuro e violento).

I bambini migranti, pur diversi, hanno imparato a stare insieme, giocano insieme, si intrecciano in una umanità che si confonde pur mantenendo la sua identità originale.

Soprattutto, questi uomini sperimentano l’accettazione: sono reclinati, appoggiati verso un quarto personaggio, di cui però si intravede solo una parte, uno sconosciuto che rappresenta colui che accoglie, l’abitante del posto, chi incontrano al termine del loro viaggio. Non c’è un volto, non si conoscono eppure sono chiamati a dargli fiducia e ad chiedere aiuto. Devono fare quel passo per andargli incontro, confidando che l’altro farà a sua volta il passo per accoglierli e sostenerli.

In questa accettazione reciproca, che passa per il dialogo e lo scambio, per il superamento dei limiti, per l’attiva a fattiva accoglienza, sta la storia di Patrick, di moltissimi membri delle Comunità di rifugiati, di ogni migrante che arriva straniero in terra altrui.

Nella originalità di questo quadro surrealista c’è anche il futuro del continente africano e di buona parte dell’umanità.

Questa sensibilità e attenzione alla diversità che si incontra e genera bellezza è nel sangue di Patrick, che come potete vedere dal video e dalle foto, si esprime soprattutto nella Mixed Art, nell’utilizzo cioè di tecniche e materiali misti per dare forma  a opere che si distinguono per la loro plasticità e espressività in tutte le dimensioni.

 

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Qui sopra  qualche immagine di opere Patrick a Cape Town (prima del trasferimento nel nuovo atelier) e dell’Accademia di Belle Arti di Kinshasa dove ha studiato (dopo l’accademia la Cattedrale di Notre-Dame, con la tomba del card. Joseph-Albert Malula a Kinshasa in Congo, mentre le ultime due foto sono la casa delle Piccole sorelle del Vangelo che mi hanno ospitato a Kinshasa).