arrivo a ulan bator

E’ giunto ormai il tempo di lasciare la sterminata russa, le sue grandi distese verdi attraverso le quali la Transiberiana ha sferragliato per notti e giorni fino alla Siberia. Bagnatici (si fa per dire) sulle sponde del Lago Baykal col suo azzurro incantevole e quasi irreale e tornati a Irkutsk, non ci resta che salire di nuovo sul treno, direzione Mongolia. Non sarà un tragitto brevissimo ma neanche troppo lungo e soprattutto i sarà la lunga pausa di Naushki, frontiera russa prima della terra di nessuno e del posto di controllo mongolo.

Qui ci accade anche, come vedete da alcuni scatti rubati col cellulare, di vedere al cambio di treno di alcuni prigionieri cinesi legati da catene e accompagnati da poliziotti e cani. Giusto per ricordarci che sì, viaggiare sulla Transiberiana apre spazi di libertà ma chiede anche una certa prudenza e accortezza. Meglio smettere quindi di chiedersi se i controlli durano ancora tanto, perché ci mettono un’eternità, perché ci hanno fatto scendere dal treno e non sono saliti loro…Meglio una boccata d’aria sulla banchina.

Frontiere però che fanno riflettere: da un lato sono concrete e ben visibili (recinti, filo spinato, soldati, posti di blocco, polizia, controlli), dall’altra appaiono sempre più convenzioni umane, linee su cartine e mappe che, quand’anche corrispondono a elementi naturali come fiumi o montagne. Non lo diciamo solo perché le complicazioni burocratiche a volte sono assurde e vere proprie perdite di tempo, ma perché un viaggio come questo, pur riconoscendo e gustando le diversità incontrate in persone, etnie, religioni, culture, non fa che rafforzare l’idea che ci sia una sola e unica umanità, quella a cui il viaggiatore della Transiberiana si appassiona, quella che cerca dietro il volto di ogni nuovo passeggero.

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Se della Russia e della Cina forse sappiamo più cose, vuoi per lo studio della storia o per intrecci culturali, vuoi perché comunque nell’ultimo secolo sono tornate ad essere due grandi potenze che influenzano il mondo, della Mongolia conosciamo poco, fatta eccezione per il suo padre storico, Gengis Khan. Forse anche per questo il pezzo di viaggio attraverso immensa terra ha assunto un sapore particolare di  novità e di scoperta, di stupore e di attesa. Esplorandola, ne abbiamo conosciuto la storia e il presente, le bellezze naturali e il fascino inalterato, la genuina originalità che – al di là di alcune inevitabili “concessioni turistiche” – non è stata ancora contaminata del tutto dalla logica occidentale del business. Insomma, a distanza di un certo tempo da questa bella esperienza, sono ancora convinto che la Mongolia sia stata la pagina più sorprendente e piacevole della Transiberiana.

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Una delle felici scoperte è stato il Mongolian Ensemble, gruppo artistico culturale mongolo che offre uno spettacolo misto di danza, performances circensi, balletto tradizionale, canto e arti figurative. Già il piccolo teatro in cui ci si accomoda è piacevolmente piccolo, al punto giusto da godersi da vicino cantanti e musicisti, ballerini e maschere tradizionali in una armonia tutta orientale di colori e suoni raffinati.

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Una delle parti più suggestive è il tradizionale Tuvan throat singing (“canto di gola” letteralmente in inglese, xöömej in lingua tuvana) in cui il cantante si esibisce in una modulazione della voce che può andare da toni bassissimi fino ad altri molto alti; è ottenuto solo tramite la laringe (la lingua rimane a riposo), stretta per amplificare gli armonici, modulando le vocali. Qui di seguito potete ascoltarne un assaggio.