Il fiume Congo è imponente e, nella rigogliosa vegetazione della foresta che attraversa, trasmette tutta la forza e la vitalità prorompente che ha in qualche modo trasmesso anche alle popolazioni che abitano le terre che attraversa. Placido ma sempre imponente a tratti, vorticoso e  in altri dove forma gorghi e cascate, il Congo nasce a 1.420 m di quota dai Monti Mitumba, al confine tra la Repubblica Democratica del Congo e lo Zambia e bagna con i suoi 4200 km Il Congo il cuore del continente africano, scorrendo inizialmente – con il nome di Lualaba – verso nord nel Katanga per poi virare verso ovest in una specie di ampio semicerchio fino al grande estuario che si estende per circa 160 km, attraverso il quale sfocia a Muanda, sull’oceano Atlantico.

Il primo che lo esplorò e navigò per intero, scoprendo che non era legato alla sorgente del Nilo, fu Henry Morton Stanley, ex militare e giornalista corrispondente del New York Herald, che lo incaricò di cercare e intervistare assolutamente David Livingstone, di ui si erano perse le tracce in Africa orientale. Stanley vi riuscì scovandolo in Tanzania e pronunciando la celeberrima frase «Dr. Livingstone, I presume» (Suppongo lei sia il dottor Livingstone) continuando con lui l’esplorazione di quell’area che il libro scritto dal giornalista rese famosa. La successiva spedizione finanziata dal giornale portò proprio alla scoperta dell’intero percorso del nostro fiume, il Congo.

Un segno delle avventure e imprese di Stanley è rimasto fino al 1971 quando il dittatore della Repubblica Democratica del Congo – ex colonia belga –  Mobutu decise di «africanizzare» e ribattezzare il fiume e lo Stato che da esso prende nome in «Zaire» (Nzeri vuol dire infatti fiume) e così fece anche con i nomi stranieri delle grandi città: così Stanleyville che dall’esploratore e scrittore aveva preso il nome (originariamente Stanley Falls, cascate Stanley) è diventata Kisangani, Leopoldville ha smesso il nome del re belga per prendere quello di Kinshasa e Elisabethville è l’odierna Lubumbashi, capoluogo del Katanga dove il Congo nasce.

Chi invece ha mantenuto sempre il nome originale è stata la Repubblica del Congo – ex colonia francese – che sorge sulla riva sinistra del fiume.

Non è solo una questione di toponomastica e nemmeno una questione sociale e economica: il fiume Congo è parte essenziale di queste popolazioni non solo perché condiziona la vita, l’economia e la storia di questa zona ma perché nel suo scorrere inarrestabile ha plasmato anche l’animo di questi figli d’Africa.

E non basta leggere qualche libro per addentrarsi nel suo cuore profondo; molti ricorderanno il romanzo avventuroso «Congo» di Michael Chricthon da cui fu anche tratto un celebre film, molti meno avranno letto l’interessante diario di viaggio «In Congo» di Jeffrey Tayler; pochi infine avranno visto di persona il verse e gli spazi immensi di queste regioni sotto l’equatore, gli occhi fieri e profondi dei suoi abitanti e ascoltato le musiche e i suoni di questa terra bagnata dall’acqua e purtroppo anche dal sangue.

E’ difficile scrivere una storia di questi stati e delle loro vicende post coloniali, sia perché è ingarbugliato descrivere con precisione e attendibilità fatti, personaggi e un filo rosso che dia un senso a tutto, sia perché è ancora una situazione magmatica e incandescente difficile da decifrare. Da entrambe le sponde, sia quella della Repubblica del Congo che della Repubblica Democratica del Congo, capi religiosi e guerriglieri, portatori di interessi economici e signori della guerra, aspiranti capi interni e potenti influenze estere contribuiscono a creare una situazione complicata dove a rimetterci sono come sempre i più deboli e i meno tutelati.

Conflitti, povertà e migrazione nonostante, specie la Repubblica Democratica del Congo abbia in sé, nella sua terra, potenzialità economiche e ricchezze naturali tali da poter essere una delle nazioni più prospere e invidiate del pianeta: o forse proprio per questo.

Non mi addentro però in ulteriori analisi politiche o sociologiche, lascio soltanto alcune immagini di questo fiume e delle due città che, sdraiate sulle sue rive opposte, si guardano e si frequentano con circospezione: Brazzaville, capitale della Repubblica del Congo, e Kinshasa, capitale della Repubblica Democratica del Congo. Molto diverse tra loro queste popolazioni, a motivo di una storia coloniale differente e forse anche di una diversa indole: tranquilla, riflessiva e accondiscendente l’una, rumorosa e irrequieta l’altra. Passare in pochi minuti da una sponda all’altra non vuol dire soltanto far la fila al porto («beach» lo chiamano, in un gergo stranamente di gusto anglofono), esibire documenti e – se necessario – allungare qualche banconota ai vari funzionari e proseguire per i propri affari. E’ come entrare in un mondo nuovo, lasciare la serena tranquillità di una città dove non hai paura a camminare la sera tardi lungo la strada anche se non illuminata, dove i bambini ti chiamano sorridenti “mundele” (in lingala vuol dire bianco) ma poi ti salutano in un buon francese a un vortice di clacson, persone e rumori dove sembra che i lampioni diffondano rumba anziché luce, dove si grida per parlare e si incrociano le traiettorie e i discorsi, dove la confusione è l’ordine delle cose e l’attenzione non è mai abbastanza. Vuol dire passare dalla rive dove i lavoratori di giornata scalpellano le rocce per rivenderle come materiale edile ai grattacieli e alle imponenti costruzioni della metropoli birra, musica e calcio sono sulla bocca di tutti.

Tutto a pochi km di distanza, lungo le stesse anse del fiume, che molti attraversano con piroghe o imbarcazioni di fortuna in punti un po’ meno distanti per recarsi a lavorare dall’altra parte e rientrare a sera. In mezzo lui, il Congo , il grande fiume che tiene a distanza queste civiltà nate dallo stesso ceppo ma sviluppatesi in modo così diverso evitando troppe frizioni e rivalità, che da generazioni plasma il cuore combattivo e l’animo spirituale di queste popolazioni sedotte sempre più dalle sirene occidentali, che soprattutto non fa mancare il bene prezioso che si possa trovare in Africa: non l’oro o l’uranio, non i diamanti, l’acqua.

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