Chi decide di andare vedere di persona per curiosità, per senso civico, per fede o a anche solo perché gli capita l’occasione,  i luoghi della Polonia in cui la barbarie nazista scrisse una delle pagine più tristi (ma forse ancora inascoltate, visti gli sviluppi odierni…) della storia degli uomini e dei popoli, cioè lo sterminio pianificato e “scientifico” di milioni di ebrei e altre persone sgradite per ragioni etniche o perché oppositori al regime, se ne torna generalmente con un senso di tristezza, impotenza e incredulità. Come è potuto succedere?

Molti libri e opere hanno trattato in modo approfondito e dettagliato le questioni storiche, umane e filosofiche relative a questi avvenimenti, ma tra le tante testimonianze una merita di essere conosciuta e fatta conoscere: quella di Marian Kolodziej, artista e pittore polacco (Raszkow, 6 dicembre 1921) che all’inizio della guerra, appena diciottenne, fu arrestato dalla Gestapo e internato in vari campi fino ad arrivare ad Auschwitz, o meglio – come preferiscono giustamente i polacchi – a Oswiencim.

Se oltre alla visita al famoso Campo, si ha la possibilità di visitare la Chiesa sorta sull’ex campo n.3, accanto alla Casa delle Suore Missionarie dell’Immacolata di Padre Kolbe, martire nella cella della fame del lager, si può scoprire nei locali sotterranei una lunga e affascinante mostra di disegni “I Labirinti di Marian Kolodziej”. Pannelli di grandi dimensioni riportano rappresentazioni della vita del Campo in una sorta di rielaborazione onirica che trasmette sentimenti e storie altrimenti perdute, emozioni stampate sulla pelle dei sopravvissuti, così come i loro numeri di identificazione.

Tra questi, appunto, Marian Kolodziej, la cui storia però ha pagine di silenzio e dolore inespresso prima di sfociare in questo racconto di centinaia di disegni che tappezzano e contornano lo spazio espositivo. Perché gli anni di prigionia atroce rimasero sepolti nella su memoria per molti anni: uscito dopo cinque anni, non volle mai parlare di ciò che aveva passato e si dedicò a ricostruirsi una vita. Lo studio all’Accademia di Cracovia gli aprì le porte per un lavoro artistico, in particolare come scenografo a teatro. Ma nel 1993 succede qualcosa che cambia di nuovo la sua vita. Un ictus lo colpisce alla testa, generando una paralisi della mano e impedendogli di svolgere a pieno il suo lavoro artistico; recupera piano la manualità ma soprattutto riaffiorano prepotentemente i ricordi dell’esperienza vissuta. Uomo di profonda fede, lo interpreta come una segnale, per fare quello che non aveva mai voluto fare, raccontare la vita, le persone, le dinamiche, il male vissuto nel campo di sterminio. I suoi disegni si popolano così dei tanti deportati conosciuti in quegli anni, dei soldati impietosi, degli spazi di non libertà, della lotta alla sopravvivenza che ogni giorno ognuno dei prigionieri era costretto ad affrontare. Quando muore nel 2009, i suoi “Labirinti” sono divenuti già una meta per chi vuole capire più in profondità il senso di questo insensato sterminio.

Ma è soprattutto fonte di speranza per chi, come lui, ha vissuto un trauma, un lutto, una ingiustizia, una situazione umanamente insostenibile che lo ha affossato. Perché la brutalità, il male, l’ingiustizia, l’umiliazione subite sono ferite che possono paralizzare – come è successo a lui – oppure se affrontate, rilette, fissate “iscritto”, accolte diventano un nuovo inizio e danno ai nostri gesti una consapevolezza nuova.

Una lezione di amore e umanità che Marian stesso ha imparato forse indirettamente proprio in quei giorni, vivendo nella stesso Campo con il martire Massimiliano Kolbe, pur non avendolo incontrato personalmente se non nel cortile, in quella famosa mattinata in cui il frate francescano fece un passo avanti all’appello offrendosi di andare nella cella della fame al posto di un padre di famiglia. Kolbe amava dire: “L’amore crea”. Sì, l’amore è creativo e disegna nei cuori degli uomini Labirinti di speranza, attraverso i quali uscire dalla prigionia insensata del dolore e aprirsi alla vita nuova.

The Labyrinth – 432

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Nel sito delle Missionarie dell’Immacolata trovate molte informazioni e testi su Auschwitz e s.Massimiliano Kolbe. Organizzano ospitalità e visite ai campi e alla mostra.