1. QUALCOSA DI NUOVO

instrumental – organo di Nicola Dal Bo’


2. COSA VOGLIO

Un cuore colmo di  sogni e desideri
C’è una domanda che mi ha tormentato per buona parte della mia infanzia e della mia adolescenza e che tuttora non smette di mettermi a disagio: Cosa vuoi fare da grande? Forse perché il momento più bello e importante in cui si prende il volo per la vita e si sceglie una strada, che si spera bella e importante, per me nascondeva l’indecisione della scelta, la paura di non farcela, il condizionamento del giudizio degli altri, il rimpianto di ciò che avrei lasciato scegliendo una direzione…
Se ci mettiamo anche Dio, la sua volontà e il suo progetto, allora le cose si complicano ancora di più. Diventano ancora più difficili, nella misura in cui mi sento costretto a una risposta vera e sincera, a una scelta totale. Questa ricerca interiore mi ha portato, a un certo punto ad esplorare in profondità i miei desideri, le attese, scoprendo un’altra domanda: che cosa vuoi fare “di” grande?!… Ecco il cambio di prospettiva: qualunque strada avessi preso avrei potuto essere grande, essendo fino in fondo me stesso, fidandomi del Suo aiuto, accontentandomi del tanto che già avevo, riconoscendo con onestà ciò che sembrava mancarmi ma non era necessario. E’ questo che canto in una sorta di ballata scanzonata e aperta, cantata come si può fare con amici intorno a un fuoco.

 

Cosa voglio

Se ti potessi chiedere
ciò che voglio avere, sai, Signore
allora tienti libero,
perché ne avrei da chiedere di cose
Un giocattolo e un barattolo,
dove chiudere i dubbi e le paure
e un barometro che misuri i miei umori
quando piove fuori
e dentro non si sa che tempo fa

E vorrei tutto ma non voglio niente se ,
se non è quello che tu vuoi per me
E vorrei tutto ma se tutto non si può 
fammi viver bene quel che ho

Se avessi anche un semaforo
potrei decidere il suo colore
rosso quando sono stanco,
verde quando ho voglia di viaggiare
Un pulsante che all’istante
spenga tutto il rumore dentro me
Tu dammi le risposte,
che io metto le domande
e dammi un cuore grande
per dare tutto quanto quel che ho

E vorrei tutto ma non voglio niente se ,
se non è quello che tu vuoi per me
E vorrei tutto ma se tutto non si può
fammi viver bene quel che ho

Io, un acrobata sul filo della vita
tra come vorrei essere
e come tu mi vuoi
dove il difficile non è restare in piedi
ma è rischiare di buttarsi giù

E vorrei tutto ma non voglio niente se ,
se non è quello che tu vuoi per me
E vorrei tutto ma se tutto non si può
fammi viver bene quel che ho…

L’orizzonte resta sempre lontano, irraggiungibile.
Perché allora inseguirlo continuamente mentre ci sfugge e scappa più lontano?
Forse proprio perché ci costringe a muoverci a non fermarci o accontentarci,
ci fa fare almeno un passo in avanti.


3. UN GIOVANE INNAMORATO

recitato, tratto da “Demian” di Hermann Hesse

“Lei non deve abbandonarsi a desideri nei quali non crede. So che cosa desidera, ma deve poter rinunciare a questi desideri oppure desiderare appieno. Se riesce a chiedere in modo da essere sicuro dell’esaudimento sarà anche esaudito. Lei invece desidera e poi si pente e ha paura. Tutto ciò bisogna superare.
Le racconterò una fiaba.
Un giovane era innamorato di una stella. In riva al mare tendeva le braccia e adorava la stella, la sognava e le rivolgeva i suoi pensieri. Ma sapeva o credeva di sapere che le stelle non possono essere abbracciate dall’uomo.
Considerava suo destino amare senza speranze un astro, e su questo pensiero costruì tutto un poema di rinunce e di mute sofferenze che dovevano purificarlo e renderlo migliore. Tutti i suoi sogni però erano rivolti alla stella.
Una volta, trovandosi di nuovo su un alto scoglio in riva al mare notturno, stava a guardare la stella ardendo d’amore. E nel momento di maggior desiderio fece un balzo e si buttò nel vuoto per andare incontro alla stella. Ma nel momento stesso del balzo un pensiero gli attraversò la mente: no, è impossibile! Così cadde sull’arena e rimase sfracellato.
Non sapeva amare. Se nel momento del balzo avesse avuto l’energia di credere fermamente nel buon esito, sarebbe volato in alto a congiungersi con la stella.
L’amore non deve implorare e nemmeno pretendere. L’amore deve avere la forza di diventare certezza dentro di sé. Allora non è più trascinato, ma trascina”.


4. A UNA STELLA

Il desiderio e l’abbandono
Avevo – credo – sedici anni quando lessi questo racconto (un giovane innamorato) nel libro di Hermann Hesse “Demian”, uno dei tanti romanzi che divoravo tra la voglia di conoscere e di fantasticare, alla ricerca di parole che esprimessero quello che anch’io vivevo e sentivo dentro.
Chiusi le pagine del libro e, sentendomi ancora la brezza notturna che accarezzava i capelli e lo scoglio, mi dissi, col pensiero perché non osavo dirmelo nemmeno sottovoce: “Questo sono io”.
Già, questa pagina parla a me, forse parla di me. E facevo fatica a staccarmela di dosso, ingombrante, promettente, affascinante e pericolosa come i miei sedici anni.
A volte credevo davvero di essere innamorato di una stella, di avere dentro di me una sete di amare così grande e infinita da non poterci essere su questa terra una creatura capace di saziarla. Ma se il cuore continuava ad amare così, doveva esserci, mi ripetevo, qualcosa o qualcuno per cui questo desiderio avesse senso, fosse esso lontano anni luce nel mistero del cielo, nel quale così spesso mi perdevo assorto, oppure a pochi metri, dietro un angolo  di case e di strade che non osavo però varcare.
E poi quell’invito dolce e suadente: bisogna desiderare appieno, non vergognarsi dei propri sogni, amare senza pentirsi, abbandonarsi con tutte le proprie forze, credere fino in fondo che l’oggetto dell’amore esiste, mi aspetta, mi sta cercando.
Molte volte, negli anni e nelle stagioni successive ho contemplato il cielo, percorrendolo con la fantasia degli occhi e del cuore, immaginando quelle relazioni fantastiche tra stelle che chiamiamo costellazioni, pensando che era lo stesso cielo della notte della creazione: ancora adesso non posso fare a meno di guardarlo senza pensare che in qualche luogo una stella aspetta che compia un balzo verso di lei.

Questa notte e’
una manciata di stelle
in un cielo muto
e’ un ricordo, una speranza,un canto.
E’ il suono – impercettibile –
di una vita nuova che nasce.

Come e’ dolce ritrovarti
in questa notte,
in questa altalena
di desiderio e di attesa.

A una stella

Ci cerchiamo noi,
lungo tutto l’universo
ci incontriamo poi
in un angolo disperso
segno che tu
sai ascoltare questa voce
segno che tu
parli quando il mondo tace.

Stella che ora vai
lucciola nel blu
pensami, guardami fino da lassù
Io ti seguirò lungo la tua scia,
mentre accendi questo cielo
della vita mia

Non vediamo mai
orizzonti più lontani,
non sappiamo sai
far pregare queste mani
luce che sei
grande appena come un seme
ma dentro te
è nascosto il nostro nome.

Stella che ora stai
faro in mezzo al blu
Parlami, guidami fino da lassù

Vedi come va qui tra gli uomini,
cosa nasce nel mio cuore
quando cadi giù

Io ti seguirò lungo la tua scia,
mentre accendi questo cielo
della vita mia


5. TRA LE TUE BRACCIA

La tenerezza che ti aiuta a camminare
Nel Salmo 130 la confidenza di chi scrive lo porta a dire: il mio cuore non è pieno di orgoglio, non vado in cerca di cose più grandi di me; sono tranquillo e sereno, come un bimbo in braccio a sua madre. Un bimbo sicuro, amato, protetto, che può sorridere guardando negli occhi chi si prende cura di lui, ma un bimbo che cresce, “grande” abbastanza ormai per camminare con le sue gambe.
Questa ninna nanna esprime il  mio desiderio di infinita tenerezza nei confronti di Dio, per poter poi, scendendo dalle sue braccia, andare incontro agli altri ed essere riflesso della sua presenza.
Dio fa ad Isaia la rassicurazione e la dichiarazione più bella e commovente :
“Non temere, perché io ti ho riscattato,
ti ho chiamato per nome; tu mi appartieni.
Quando passerai attraverso le acque io sarò con te,
poiché io sono il Signore tuo Dio, il tuo Salvatore.
Perché tu sei prezioso ai miei occhi, sei degno di stima e io ti amo.” (Is 43,1-4)
Questa la trama segreta che lega le note di questo brano in una atmosfera di grande intimità.

 

Tra le tue braccia

Cullami, Signore, come se io fossi
un bimbo stanco tra le tue braccia
che chiede amore
e amore tu gli dai

Guardami, Signore, con il tuo sorriso
in un istante, mi fai cantare
la gioia della vita che mi dai.

Parlami, Signore, fammi credere
che la notte più nera
passa quando io ti chiamo
passa quando sei vicino a me

Vedi Signore,
al centro dei miei pensieri
delle mie preoccupazioni
non ci sono solo io
Ma c’è tutto un mondo
intorno a me
che nel buio sta aspettando,
che in silenzio sta chiamando te

Cullami, Signore, come se io fossi
un bimbo stanco tra le tue braccia
che chiede amore e amore tu gli dai

Parlami, Signore, fammi credere
che la notte più nera
passa quando io ti chiamo
passa quando sei vicino a me.

Vedi Signore…

Guardami, Signore,
ora che cammino si fa giorno
sulla strada insieme a te.


6. DENTRO IL CERCHIO


Non è mai tardi per ricominciare

Questo brano ripercorre l’esperienza tormentata ma liberante della donna peccatrice di Gv 8,1-11. Una persona che, rinchiusa nel cerchio del giudizio altrui e della legge, non ha via di scampo e sembra destinata a soccombere sotto il peso del suo passato, segnato dallo sbaglio, dal dolore e dal peccato. Messa di fronte al Signore, essa si scopre improvvisamente capace di uno sguardo nuovo, chiarificatore su se stessa, che le apre strade nuove di conversione. E’ messa dal Signore dentro un nuovo cerchio, quello della sua misericordia, del suo sguardo che non annienta o condanna ma che rimette piuttosto l’uomo al centro, lo fa capace di riscoprire la propria dignità di creatura, di riconciliarsi con la sua fragilità, di guardare avanti senza sentirsi condizionato per sempre dagli sbagli riconosciuti del passato.
Questo accade perché il Signore, amandola, la aiuta a non fuggire o rinnegare se stessa e i suoi errori ma a guardarli in modo nuovo, rimanendo nel cerchio della sua coscienza, dove non è più la fredda regola o l’opinione altrui a dettare legge. Qui può guardarsi in modo del tutto diverso originale, nel modo cioè in cui la vede Dio stesso, come una figlia che desidera ripartire dalla sua debolezza verso una esistenza nuova.
Il racconto, drammatico e carico di pathos ma vestito di uno stile ironico e scanzonato, ripercorre con leggerezza il cammino interiore della donna, che è anche l’itinerario di ogni persona che si trova a fare seriamente i conti col suo passato, come è stato anche per me.
La ressa della folla che si accalca per portare la donna davanti a Gesù sente partire le note complici e sinuose di questa “confessione”, il cui tono leggero e giocoso incarna una verità del cammino interiore: per vincere la paura e il peso del giudizio sulla nostra “incorreggibile” e umanissima fragilità, il Signore ci invita a non fare dei nostri sbagli un alibi o un fardello impossibile da sostenere ma ripartire con leggerezza sulle note del suo perdono.
Nessuno ti ha condannato? Allora perché dovresti farlo tu stessa?!…

Disse Gesù ai suoi: “La verità vi farà liberi” (Gv 8,32)

Dentro il cerchio

L’illusione forse finirà
di far guerra ai miei difetti, alla fragilità
E il domani ricomincia già
firmerò una pace
con me stesso e la realtà

E mi guardo solo adesso
e mi guardo come sono
e mi amo come mi ami
e finalmente mi perdono

cerco la speranza
ora che ho imparato
quando ho fatto i conti col passato.

Dentro a un cerchio il presente mio
Sguardi che mi fanno male,
non mi parlano di Dio
L’importante non è uscirne sai
Ma guardarmi dentro
come non ho fatto mai

Non importa se ora resto
se alle volte son scappato,
se ricordo ogni ferita 
e non ho mai dimenticato
Tutto ricomincia
ora l’ho imparato
quando ho fatto i conti col passato

Non importa se ho paura
se son stato giudicato
Non importa cosa avanzo
e tutto quello che ho già ho dato
dentro il cerchio o fuori
di ogni mio peccato
quando ho fatto i conti col passato

(parlato)
Sono chiusa in un cerchio, una specie di gabbia
sento addosso violenza,condanna, rabbia
armi ben più terribili di pietre e di schegge:
le parole, gli sguardi, il giudizio, la legge.
E mentre la paura e il rimpianto mi afferra
un uomo scrive, chinato,col dito per terra
mi lascia anche lui nel cerchio da sola
ma non dice niente, nessuna parola
quasi indifferente al rumore della ressa
mi mette per la prima volta di fronte a me stessa:
di colpo non mi schiaccia il peso dei miei errori
non cerco più di uscire, di scapparne fuori
mi guardo in modo nuovo e incontro per davvero
la donna che avrei voluto essere e non ero
Ma tu che scrivi ancora nel cerchio dei miei anni
Perché non dici niente, perché non mi condanni?

Non importa se ho paura
se son stato giudicato
non importa cosa avanzo
e tutto quello che ho già ho dato
non importa quanto manca
se non ho più fiato
quando ho fatto i conti col passato,
Non importa più il dolore
conta solo quanto ho amato
quando ho fatto i conti col passato.


7. VICINO A UN PONTE

Le radici di una scelta
Per chi nasce a Bassano il ponte è qualcosa di più di un monumento architettonico o uno scorcio da fotografare. E’ il cuore di una città costruita lungo il fiume, abituata al passaggio della gente; è il  ricordo di una guerra che si è consumata sulla cime vicine, è lo sbocco quasi naturale di tante viuzze per le quali tanti continuano a camminare nella fretta verso la loro direzione.
Ma è soprattutto l’unico modo per passare da una riva all’altra, per continuare la strada. Forse, proprio camminando tante volte lungo il ponte, ho capito che c’era in me il desiderio di condividere quello stesso destino e quella missione. Perché essere prete, attraverso la mia umanità e la mia fede è gettare un ponte perché ogni uomo, chiunque esso sia, possa andare oltre, possa incontrare chi lo aspetta per continuare il cammino. Non importa che sia una grande opera monumentale o il semplice ponticello che tagliava la grande  strada per arrivare a casa mia, il ponte si lascia sempre attraversare.

Come un padre che inarca la schiena
sopra i pericoli, sul fiume in piena
fa passare un figlio attraverso le onde
nessuno senza un altro può diventare grande.
Sono nato vicino a un ponte
e anch’io vorrei esserlo.

Vicino a un ponte

Sono nato vicino a un ponte,
guardavo scorrere lenta la vita
e cercavo di capire cosa è meglio fare
nella corrente se lasciarsi trascinare
o scegliere finalmente la direzione.
Quante sere lungo quel ponte
le emozioni sono tante
che a guardarsi indietro è strano
vedere quanto ormai è lontano
il tempo che ricordo come fosse ieri,
come fosse ieri…

E vorrei essere un ponte
e aiutare tanta gente
a incontrarsi, ad andare lontano
E guardare l’altra riva
se qualcuno ci attendeva
per amare davvero senza paura

Abitavo vicino a un ponte
su un campo dove correvo insieme al tempo
sulla ringhiera contavo i miei passi
senza che ancora lo sapessi
che non sarei tornato più indietro, più indietro
Su quel ponte è passata la mia giovinezza
lasciando l’incoscienza e l’amarezza
come l’acqua scorre senza far rumore
ma non così l’inquietudine e il dolore
che mi sono rimasti fedeli compagni per amore

E vorrei essere un ponte
dove passa tanta gente
verso l’orizzonte
per andare lontano
Che la vita fa tremare
e non si lascia attraversare
se qualcuno
non ti aiuta a passare

E vorrei essere un ponte
e aiutare tanta gente
a incontrarsi, ad andare lontano
E guardare l’altra riva
se qualcuno ci attendeva
per amare davvero senza paura


8. FORSE PERO’

Decidersi per un sì che costa fatica
Ci sono momenti importanti,  probabilmente decisivi della nostra vita, in cui ci è chiesto di scegliere, decidersi in modo forte e convinto per un valore, un bene, una direzione. Di fronte all’importanza e alla definitività di questo sì spesso la paura e una finta prudenza ci frenano e creano in noi resistenze e  alibi. Ho sperimentato diverse volte la tentazione di non uscire allo scoperto, di rimandare scelte fondamentali, di temporeggiare di fronte alle responsabilità, costruendomi attorno vie di fuga o aree di sosta per prender tempo.
A volte preferivo trincerarmi dietro un no, che però non era una  decisione, pur sofferta o faticosa, ma una non scelta di comodità…
Forse però non era quello che veramente desideravo…forse però arriva il momento in cui bisogna dire un sì, in una direzione o in un’altra per non rischiare di trascinarsi, di lasciarsi trasportare dagli altri o, quel che è peggio, di non scegliere mai.

Tu chi dici che io sia?… Vuoi seguirmi?… Che cosa cercate?…

Forse però

Tu che cerchi mai
tu che cosa vuoi
da questa vita mia?
Ho mille cose, sai
e i progetti miei
vorrei tempo per pensarci un po’…

Forse però ci gioco un po’
per non fare troppo sul serio
Forse lo so dico di no
per paura di restarci male

Non pretendi ma
scampo non mi dai
quando chiedi: cosa vuoi?
Di domande poi
sono stanco ormai
vorrei solo non risponderti…

Forse però ci gioco un po’
per non fare troppo sul serio
Forse lo so dico di no
per paura di restarci male

E ogni volta che mi pento dei miei no
dico che ci proverò a rischiare
forse è solo la paura o non lo so…
mi nascondo e invece voglio uscire

Forse però ci riuscirò
a mostrarti quello che sono 
Forse lo so, dico di no
per paura che non sia per sempre


9. IO VORREI CANTARE

La gioia che non finisce mai
Cosa dovremmo dire noi, assetati d’amore e di pienezza, di una vita vera che chiede di essere vissuta ogni giorno fino in fondo, quando tra le fatiche e i dubbi siamo raggiunti dall’annuncio sconvolgente di Gesù? Come accadde ai due che tornavano al loro villaggio, delusi nelle attese e incapaci di ascoltare e vedere, qualcuno ci raggiunge e ci riempie della sua presenza. Ecco il grido: tu sei amore, resta sempre con me!
Questa è la forza della Pasqua. Il poeta Paul Claudel diceva che i cristiani hanno un unico dovere: quello di essere contenti e di mostrarlo a tutti.
Perché allora così spesso la tristezza, la fatica e la scontentezza regnano nelle nostre case e nelle nostre comunità?!…
E se il mondo leggesse davvero nei nostri volti, nelle parole e nei gesti la testimonianza della gioia  dell’incontro con Dio?
Se non mettessimo freni e briglie all’amore, davvero tutto canterebbe di gioia.

 

Io vorrei cantare

Ho chiesto all’acqua: parlami di lui
si è fatta chiara come non lo è stata mai
ho chiesto a un albero: parlami di lui
e tra le foglie è nato un fiore

Ho chiesto al fuoco: parlami di Lui
si è fatta luce dentro al buio intorno a noi
ho chiesto a un uomo: parlami di Lui
e lui mi ha detto solo Amore

Io vorrei cantare
ogni meraviglia che tu mi darai
io vorrei sperare
che la tua presenza non finisse mai,
che ogni nostalgia
adesso se ne andasse da me
Io vorrei cantare
tutta quella gioia che ora tu  mi dai
io vorrei sperare
che questo tempo insieme
non finisse mai,
che questa vita mia
da oggi in poi parlasse di te

Ti ho chiesto un giorno: parlami di Te
“Sono la vita vera che non muore mai”
Ti ho chiesto allora: Resta insieme a me!
E mi hai donato il tuo pane.

Io vorrei cantare
tutta quella gioia che ora tu  mi dai
io vorrei sperare
che questo tempo insieme
non finisse mai,
che questa vita mia
da oggi in poi parlasse di te (2v.)

Come è cambiato nel fondo del cuore
il senso sfuggente del vero, del bello

Cosa sappiamo del mondo e del tempo?
Solo viviamo l’immensa fatica
e insieme la gioia di essere uomini.


10. AVVISO AI NAVIGANTI

Attento a cosa dici,
a come lo dirai
a quali parole affidi
i pensieri e i sentimenti.
In questo deserto
affollato di solitudini
nel vortice instabile
delle nostre inquietudini,
bottiglie sul mare
del bene e del male
galleggiano vuote

le nostre parole.

Il bisogno di comunicare davvero
“Ti mando un sms”…iniziamo o concludiamo così tanti discorsi, destreggiandoci  tra parole che cuciamo e componiamo talvolta con cura maniacale, altre volte con distratta sufficienza, senza ricordarci però che per arrivare davvero a destinazione,  manca loro qualcosa di fondamentale: il volto, gli occhi di chi ci parla.
Così anche contenuti belli e importanti sbiadiscono, si intiepidiscono, passano informazioni ma non di più. Così raggiungiamo in velocità tantissime persone, varchiamo confini territoriali impensabili, ma evitiamo di fare il passo più vicino e naturale, più bello e faticoso che è quello di andare incontro a una persona per entrare nel suo mistero, accettando la sfida anche di arrossire o di guardarci nervosamente attorno in attesa della sua risposta.
Quanti messaggi ricevo ogni giorno, quante parole sento…ma quanta fatica ad ascoltare davvero, a raccontarsi e dirsi quel che abbiamo dentro.
Come naufraghi in cerca di porti di salvezza, ci aggrappiamo a cumuli di parole che non fanno però che spingerci sempre più alla deriva.
Mai come oggi possiamo scriverci, comunicare, trasmettere eppure mai generazione come la nostra è stata più sola e incapace di raggiungere il cuore dell’altro, in balia di paure, vergogna, pregiudizi.

Quando Dio parla comunica se stesso, anch’io lo vorrei tanto.

Avviso ai naviganti

Un girotondo di parole,
un vortice che mi prende dentro sé
un bisogno di chiamarti,
di scriverti perché
righe su righe concise però
tante faccine, la tua faccia quella no
ma ho bisogno di parlarti
anche con gli occhi e sai che lo farò.

Un messaggio va veloce
attraversa le montagne e le città
verso una destinazione
ma chissà che cosa mai ti arriverà?
Senza la voce che trema così
senza una ruga che dica di sì
anche quando le parole fanno finta
di dire ancora no.

E mi illudo che sia come averti qui
se ci penso davvero però
se ti avessi davanti non so
cosa ti direi
Regalami parole che vorrei
quelle che ti vergogni o non sai
che ci parlino ancora di noi
per mostrarti davvero tu come sei

E mi perdo in un deserto
solitudini che trovo dentro e già
io che ho sete di parole
che non servano a nascondersi ma
oasi che possano accogliermi se
cerco parole che parlino a te
dopo tutta la fatica per cercarle,
per trovarle dentro me.

Righe su righe concise però
tante faccine, la tua faccia quella no
ma ho bisogno di parlarti
anche con gli occhi e sai che lo farò.

Non illudermi non fingere così
non lasciare discorsi a metà
non nascondermi la verità
anche se fa così male…
Fammi arrivare se puoi
un messaggio per mi porterà
una rotta che sia novità
un avviso ai naviganti
soli come me

Un girotondo di parole,
un vortice che mi prende dentro.


11. ASCOLTA, FIGLIO

recitato, tratto dal romanzo di Luisito Bianchi “La messa dell’uomo disarmato” 

Ascolta, figlio: mi dicevi allora e ti fermavi sull’invito iniziale dell’antica regola per non farmi perdere nemmeno una sfumatura di quel verbo che doveva presiedere ogni rapporto con uomini e cose, senza mai considerare definitivo l’ultimo ascolto.
La parola che copre tutto, che è in tutto, mi dicevi, viene a noi spezzata come in tanti bocconi di pane. Nessuno può sottrarsi alla parola; puoi essere roccia, puoi respingerla infinite volte, ma il vento riuscirà sempre ad accumulare nelle fessure il terriccio sufficiente a farla germogliare.
Come nessuno, prima o poi, sa sottrarsi al profumo del pane.
Ogni uomo, mi dicevi, è la parola che si è fatta carne; il vero significato della vita è prendere coscienza di questo mistero che ciascuno porta di dentro. Tu ascoltavi la parola in me, mi facevi ascoltare la parola, ma la tua voce non riverberava lampi sinistri; era calma, senza scosse, senza previsioni.
Ascolta, figlio…
E mi parlavi dell’ascolto degli uomini come d’un sacramento che non era stato istituito solo perché era già stato conferito, prima di Cristo, a tutti, e per tutte le epoche.
Cominciavi, così, la tua opera di dissodamento per spalancarmi davanti quel mistero dell’uomo che tu non volevi fosse in contrapposizione e, tanto meno, in contraddizione con quello di Dio.
Dio non è in concorrenza con l’uomo, non è geloso dell’uomo; altrimenti non si sarebbe fatto uomo. La sua gelosia è contro gli idoli che noi stessi creiamo, perché succhiano il nostro sangue che è ormai anche suo, e c’impediscono l’ascolto nella loro esclusiva pretesa d’essere adorati.
Ascolta, figlio…


12. UNA CANZONE COME GABER

La coerenza e la sincerità
C’è una canzone di Gaber che molti anni fa mi è ronzata un bel po’ nelle orecchie: Il conformista. Era una persona intelligente e fine, un attento osservatore della realtà, a suo modo una sentinella della vita. In quel testo profondo parla proprio del conformista, uno che sta sempre dalla parte giusta e ha già tutte le risposte pronte, un concentrato di opinioni che  pensa per sentito dire, un opportunista che si adegua senza tanta pena al suo paradiso artificiale. Uno che si confonde nella maggioranza, vivendo di parole da conversazione, addirittura incapace di avere sogni propri; che vola sempre a bassa quota, in superficie, uno a cui basta sopravvivere…
Che amarezza dover sottoscrivere l’osservazione finale: oramai somiglia molto a tutti noi. Leggendo e masticando queste parole mi sorge ancora oggi, a distanza di molto tempo, un grazie perché se anche non avessi ancora capito fino in fondo chi sono e cosa voglio essere, almeno ho ben chiaro cosa non voglio diventare, un conformista. La mediocrità, la banalità, la rinuncia a pensare e battersi per quello in cui si crede: questo è il tarlo che logora i nostri giochi, da cui dobbiamo difenderci prima che addormenti tristemente le nostre coscienze.

Una canzone come Gaber

Per chi aspetta il treno giusto nella vita
ma non ha mai messo piede alla stazione
parcheggiato in qualche ufficio o in qualche bar
Per chi osserva un’altra vita alla finestra
da una stanza che finestre non ne ha
Per chi dice che ognuno pensa solo a se
e poi va via perché ha un impegno improrogabile
e ogni volta quell’impegno non sei tu
Per chi si chiede dove andrà a finire il mondo
ma non si chiede dove mai sta andando lui

Volevo scrivere una canzone come Gaber
bella, intelligente, con due dita di poesia
che quando hai già sorriso o applaudito
poi ti viene il dubbio che parlasse anche di te
dei tuoi sbagli, dei tuoi compromessi,
di un mondo tuo ideale che non c’è,
che non c’è.

E quante volte sfioro con le dita
come corde tese della mia chitarra
i pensieri e i sentimenti, come gatti
che, sornioni, mi passeggiano sul cuore
e senza dire niente vanno via.

Ma se cantassi una canzone come Gaber
libera e graffiante, senza tanta ipocrisia,
di quelle che le canti anche agli amici
ma che alla fine resta solamente tua,
di quelle che “ci penserò domani”
e intanto sta scavando dentro te, dentro te

E quando arriva sera e sono solo
mi tiene sveglio ancora quella tua domanda
mi tormenta: cosa vuole da me Dio?
Fastidiosa, come lo è d’estate
una zanzara con il suo ronzio…


13. PICCOLE TRACCE

L’ultimo pensiero della sera
Quando il buio cala sul giorno inghiottendo i contorni delle cose e la corsa della giornata lentamente si va fermando, il pensiero indaga la vita con curiosità e stupore. Così volti, parole, immagini emergono dal mucchio indistinto di incontri e avvenimenti  e si rianimano man mano che, nonostante la stanchezza, ripercorro i momenti della giornata alla ricerca del suo senso nascosto. Attese e sorprese, momenti pesanti e faticosi, gioie nascoste, persone e cose si ricollocano al loro posto, ritrovando movimento, luce, quasi riprendessero vita in un segreto replay.  Tutto rivive nel silenzio e nella calma della sera inoltrata, con il cuore meno gonfio e distratto e la mente più attenta. Come la vedova che getta il suo spicciolo nel tesoro del tempio, di valore irrisorio e non vista da nessuno altro, così ogni attimo e avvenimento della mia giornata è sotto lo sguardo attento del Signore, al quale non sfugge neppure il più piccolo gesto d’amore.
Per lui niente e nessuno è inutile o  senza importanza. Quanti tesori nascosti mi ritrovo tra le mani ripercorrendo alla sera le tracce appena accennate che ognuno lascia sul mio sentiero…

Il mio tempo è nelle tue mani (dietrich bonhoeffer)

Piccole tracce

Scende di già la sera, il giorno sembra finire
oppure qualcos’altro sta per cominciare
Rileggo nella luce che brilla nei tuoi occhi
gli istanti già passati come libri vecchi.

Quanti attimi sfuggiti, mangiati dalla fretta
e quanti passi persi, quanta strada fatta.
Lancette-forbici tagliano le ore
resta sempre meno per fare quello che ti pare,
resta sempre meno per fare quello che ti pare.

Questo giorno è un sentiero dentro il tempo 
dove lasci una traccia di te
prima che passi questo momento
faccio posto dentro di me

E vengo a te così, quattro chiacchiere in tasca,
di tanta gente incontrata tutto ciò che mi resta.
Se scavo un po’ più a fondo trovo piccole tracce,
piccole storie con un filo di voce

Questo giorno è un sentiero dentro il tempo 
dove lasci una traccia di te
prima che passi questo momento
faccio posto dentro di me
Ti ritrovo nel cuore dei miei giorni 
nei sentieri del tempo che sai
e ti aspetto se parti o se torni
riconosco i tuoi passi oramai

Che strano riguardare questo giorno passato
trovarti lì nascosto in qualche angolo muto.
Colori ancora un gesto che sembrava scontato,
diventa già prezioso un distratto minuto.

Puoi trovare te stesso soltanto escludendo tutte quelle esperienze diverse che vorresti avere, tentato dalla curiosità e dall’avidità, troppo superficiale e volubile per rimanere ancorato all’esperienza del mistero della vita e alla coscienza di quel talento a te affidato che è l’«io».
(Dag Hammarskjold, Tracce di cammino)

La sera riflettendomi in Te, ritrovo me stesso.


UNA NOTTE DI NOVEMBRE

instrumental – armonica di Marco Pandolfi