il tempio di Gandan

In mongolo si chiama Gandan Tègčinlin hijd (significa “il monastero della felicità perfetta”), ed è il monastero buddhista tibetano di Ulan Bator, fondato nel 1835: ebbe un importante ruolo nella storia della Mongolia e quando questa divenne indipendente nel 1911, profittando del declino della dinastia Qing in Cina, il leader spirituale del Buddhismo tibetano – l’ottavo Jebtsundamba Khutuktu – ascese al trono. Quando morì nel 1924 e la Mongolia divenne una Repubblica Popolare comunista, iniziarono dure persecuzioni per i capi religiosi. Khorloogiin Choibalsan, stalinista di ferro, fece distruggere templi e  monasteri e perseguitò sistematicamente i monaci e strumentalizzò il buddhismo per i fini del regime. In questo clima il Monastero di Gandan fu chiuso dal 1938 al 1944, anno in cui fu riaperto e funzionò come unico monastero buddista di tutta la Mongolia.

A distanza di molti anni e dopo tante vicissitudini questo luogo è tornato ad essere il cuore pulsante del buddismo tibetano mongolo con i suoi quattrocento monaci, i tanti fedeli che si recano per pregare e le diverse centinaia di fedeli che non mancano di visitarlo e di assaporare la sua atmosfera mistica di serenità e mistero.

Accanto e all’interno dei vari edifici che compongono il monastero di Gandan vedrete le Ruote della preghiera, che i pellegrini sfiorano facendoli girare: sono uno strumento tradizionale tibetano di preghiera che esiste nella forma portatile (simile a un mulinello/tamburello) o più grandi e fissi come vedete nelle foto. Si tratta di cilindri metallici che nella cavità interna hanno delle strisce di carta lunga e sottile, su cui è scritto ripetutamente il mantra “om mani padre hung” (il famoso “om” è il suono che originò l’universo, con cui iniziano i mantra), agganciate con un perno a maniglie di legno o metallo. Sull’esterno è scritto ancora il mantra oppure sono riportati gli “otto simboli preziosi” di buon auspicio del buddismo (il parasole, i pesci d’oro, il vaso della ricchezza, il fiore di loto, la conchiglia, il nodo infinito, il vessillo di vittoria, la ruota del dharma). Quando un fedele fa girare in senso orario la ruota, la preghiera contenuta si libera nell’aria e il vento la porta in tutto il mondo, in quanto a ogni rotazione della ruota corrisponde la recitazione del mantra, e ciò consente di accumulare meriti e sostituire la negatività con effetti positivi, per il nostro buon karma o come benedizioni spirituali da elargire a tutti gli esseri. In tibetano sono chiamate anche “chokhor”, cioè ruote della legge.

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Dalla collina spunta improvvisa la sagoma del tempio principale, il Megjid janraiseg (il dio che guarda ovunque), uno splendido edificio candido in stile tibetano sovrastato da una struttura a pagoda tipicamente cinese con porticati in legno rosso e tegole verdi. E’ questo il vero simbolo di Ulaanbaatar. Per entrare in questa cittadella della fede dovete prima varcare un delizioso porticato sempre a forma di pagoda ornato di fregi religiosi. Il piazzale è costellato da strutture sacre: muri, pedane e pali dove i mongoli, dai bambini ai più anziani, si affollano per pregare con gesti semplici e suggestivi. La prima cosa che catturerà la vostra attenzione appena entrati nel tempio principale è la statua alta più di 26 metri. Non è Buddha come molti potrebbero credere ma Megjid Janraiseg, il Dio che guarda ovunque, conosciuto anche in molte altre denominazioni come Avalokiteshvara e Chenrezi. Il Dalai Lama in persona, considerato la reincarnazione di questo santo, ha consacrato la statua nel 1996 dopo cinque anni di lavoro affidato a cinquanta artigiani e artisti: la struttura pesa 20 tonnellate ed è in acciaio e rame proveniente dalle miniere di Erdenet con fregi d’oro e argento dal Nepal e dal Giappone e duemila pietre preziose. I monaci assicurano che all’interno sono conservati molti gioielli, una quantità enorme di piante medicinali e più di trecento libri di preghiera. Per sessant’anni la zona centrale del tempio era rimasta vuota, dopo che i sovietici, nel 1937, avevano trafugato la meravigliosa scultura precedente, in oro e bronzo, alta 20 metri che il Bogd Khan aveva fatto erigere nel 1911 dedicandola sempre a Janraiseg. Quando riuscirete a distogliere lo sguardo dal santo, potete girare intorno, in senso orario, alla statua e ammirare il resto del tempio. Il dio della longevità, Amitayus, vi guarda dal chiaroscuro di centinaia di immagini che ornano le pareti ma anche dagli inquietanti personaggi dei tankha, gli arazzi sacri del buddhismo. Le funzioni religiose, a cui si può assistere sempre nel massimo silenzio e senza fotografare, cominciano di solito alle 10 del mattino. Sulla sinistra, sempre dando le spalle al tempio, si apre un altro cortile dove si possono ammirare altri templi. L’Ochidara (o Vajradara), costruito in pietra e mattoni nel 1841, ospita le principali funzioni lamaiste sotto la protezione della statua di Tsongkapa, fondatore dell’ordine dei berretti gialli del buddhismo tibetano. Nello stesso cortile si trovano il tempio Zuu (tempio di Buddha), detto anche tempio del gioiello, edificato nel 1869 per accogliere il giovanissimo settimo Buddha vivente (Bogd gegeen) e il tempio di Didan-Lavran che ospitò la biblioteca del quinto Buddha e lo stesso Dalai Lama nel 1904.

(tratto da www.mongolia.it, sito dove si possono trovare molti spunti per conoscere la cultura e la storia della mongolia e anche per l’organizzazione pratica di viaggi)

Ed eccoli allora nelle immagini il Tempio e la statua imponente di Megjid Janraiseg, quella di Amitayus ma anche i vari altari dove la gente prega, accende incenso e ne respira il profumo, continua le ritualità secolari di questo luogo sacro. Tra le statue che meritano una segnalazione c’è la statua di Gombogur (Mahakala nero, con il suo caratteristico volto nero e lo sguardo un po’ minaccioso), protettore che appartiene alla tradizione Sakya: questa statua testimonia uno dei più antichi culti mongoli del buddismo, dono di Avtai Sain Khan.

All’esterno, potete notare i piedi del Buddha, raffigurati secondo la tradizione con dita lunghe e talloni sporgenti, molto venerati dai fedeli che solitamente li ricoprono di fiori e li incensano. A pochi metri la comitiva di monaci tibetani si concede qualche posa, mentre uno dei più piccoli (aveva 5 anni, sarebbe entrato entro pochi mesi in monastero) offre un saggio di breakdance…

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