Luglio 2011. La sfida di percorrere in due settimane la Norvegia da Oslo a Capo Nord, tra fiordi, arte, salmoni e stoccafissi, luce in piena notte, treni, bus e traghetti e nel cuore il desiderio di sfidare il limite della terra in cerca – come sempre – di nuovi orizzonti.

Una sera di inverno prima delle feste natalizie, seduto a tavola in un ristorantino con due amici: lo scopo della serata non è qualche ricorrenza particolare, né l’occasione delle solite chiacchiere ma una proposta nata un po’ per scherzo e un po’ sul serio qualche settimana prima. Per me si trattava di un desiderio cullato da tempo ma sempre rimandato per i tanti impegni, per la laboriosità della sua preparazione, per l’opportunità di trovare i compagni adatti con cui condividere l’esperienza: ora sembrava ormai giunto il tempo propizio di mettere in cantiere il viaggio in Norvegia verso Capo Nord. Vagliate con attenzioni possibilità e tempi, mete e costi, si decide per la partenza: il viaggio si farà non solo o non tanto perché ogni aspetto è chiaro e condiviso ma perché alla fine prevale la voglia e il coraggio di buttarsi in questa avventura, anche nei suoi aspetti più faticosi e enigmatici. Del resto se non esistesse nascosto in noi questo desiderio e questa capacità di sfidare noi stessi e la realtà per lanciarci in qualcosa di nuovo e sconosciuto in cui crediamo e speriamo non esisterebbero le grandi scoperte, né l’arte o la musica, né – mi spingo a dire – la fede.

L’incarico o forse sarebbe più esatto dire la delega a organizzare il tutto nei suoi dettagli mi viene affidato in una sorta di amicale investitura, vuoi per la mia riconosciuta capacità di pianificare questi eventi, vuoi per la mia innata propensione a complicarmi la vita. In verità non sarei stato disposto a cedere ad altri la preparazione di questo viaggio, non tanto perché non mi fidi delle capacità altrui o sia anche troppo convinto delle mie, ma proprio per la ricchezza e l’entusiasmo che mi accompagna quando devo studiare a tavolino un percorso. E’ una strana sensazione, difficile da descrivere ma viaggiare “con la fantasia” a volte è quasi più gratificante che realizzarlo nella concretezza della realtà, perché apre ventagli di possibilità immense, permette di muoversi senza vincoli o rimuovendo ogni ostacolo, trasforma un iniziale ginepraio di inconciliabili opzioni in un percorso articolato e sensato dove ogni elemento trova il proprio posto.

Così, armato di guide (Lonely planet e Rough in testa) e alcune brochure e depliant di un amico che c’era stato, mi sono dedicato a ipotizzare un planning, spulciando qua e là in internet tra siti turistici e forum di viaggiatori e interrail. Credo che prima di una partenza importante ognuno confezioni il proprio itinerario secondo gusti e desideri, dandosi le sue priorità, secondo il  suo stile e il suo modo di muoversi. Una cosa che avevo messo subito in chiaro è che si sarebbe trattato di un “viaggio” e non di una vacanza: molto movimento per vedere tante cose (secondo la filosofia del di-tutto-un-po’, piuttosto di scegliere solo un’area o un tema e svilupparlo per bene), preferenza per alloggi e mezzi spartani ma confortevoli (forse è un preconcetto mio ma il lusso e la comodità fanno a pugni con lo spirito del vero viaggiatore), senza troppe concessioni al “turistico” (altrimenti tanto valeva andare in una agenzia a prendersi un pacchetto standard), ma neanche disdegnando alcune proposte classiche gettonate dai più. Nella vacanza prevale il rilassamento e il riposo e ogni altra opzione è subordinata alla voglia-stanchezza-umore del singolo o del gruppo; nel viaggio, quando hai condiviso mete e significati del partire, cambiano i criteri e certamente lo stile con cui vivi ogni istante, compi le scelte, valuti le possibilità.

Già la composizione del gruppo con i miei compagni di viaggio era stato un preliminare non da poco; non ho nascosto con sincerità il senso e le tante fatiche e incognite di questa avventura perché potessero decidere in libertà e con consapevolezza e devo dire a posteriori che – anche se non siamo mai stati frequentatori abituali in vacanza – l’alchimia ha funzionato, generando un clima rilassato e di condivisione autentica, che non solo non guasta ma diventa un elemento fondamentale, specie in caso si imprevisti o stanchezza. A volte, del resto, non sempre si può scegliere o si conoscono i compagni di viaggio ideali: quali sono le caratteristiche che li rendono tali? Per alcuni la comunanza di interessi e la conoscenza profonda, la disponibilità all’imprevisto e all’adattamento alle situazioni scomode, un giusto equilibrio tra i ritmi frenetici di chi non sa gustare un paesaggio o un dettaglio e chi si sente a casa sua solo nel villaggio vacanza…Fatto sta che il gruppo, sicuramente assortito, era ormai fatto pronto per partire.

Due in particolare le incognite con cui mi sono trovato a ragionare stilando il programma: le distanze enormi e la sfida meteorologica. Credo che finché non ho martoriato a colpi di zoom la googlemap della Norvegia non mi ero mai reso conto in vita mia della grandezza sconfinata di questo paese, unitamente alla natura particolare del suo territorio, che presenta montagne, foreste e tundra e salendo si fa sempre più inospitale, senza contare che i fiordi offrono sì spettacolari paesaggi ma rendono la rete viaria complicata e poco estesa. Quindi il vero nodo problematico nell’organizzare un viaggio qui – e ancor di più un interrail dove non usufruendo di mezzi propri “dipendi” da quelli pubblici – diventavano i trasporti: i mezzi sono buoni e generalmente molto affidabili ma gli orari e le possibilità sono ridotte. Quindi è iniziato un turbinio di ipotesi in cui aerei, treni, bus e traghetti si accavallavano e si rincorrevano nella spasmodica ricerca di far quadrare i conti, il tutto unito a una versione “turistica” del tradizionale giochino della settimana enigmistica, quello in cui devi unire con una linea immaginaria i puntini distanti tra loro cercando di ricavarne una figura comprensibile. Sulla mappa il gioco si è fatto complicato ma sicuramente anche avvincente, stimolando fantasia e – perché no? – orgoglio.

L’altra sfida alla fortuna è data dal meteo e dalle condizioni climatiche, che possono davvero condizionare e molto il piacere del viaggio; certo, se si va in Scandinavia non si può pretendere di essere in un’isola del Mediterraneo, ma vento, foschia e pioggia possono a lungo andare esasperare il viaggiatore, comunque desideroso di riempirsi ogni tanto gli occhi di scorci di natura nella loro luce naturale. Inoltre ideare un percorso di “assaggini” qua e là, dove ci muove molto e si resta un tempo breve in ogni tappa, vuol dire metter in conto che i capricci del tempo possono limitare assai le possibilità, dato che non si può rimandare a giorni successivi ciò che il maltempo impedisce di vedere.

Infine, il programma – soprattutto per il desiderio che il mio viaggio fosse assolutamente unico e  personale – mi ha spinto a un giro un po’ estremo, lontano dai tragitti più consueti, un movimento dal sud verso nord, macinando le proibitive distanze in intervalli ristretti di marcia. A posteriori, aggiungo, mi ritengo davvero fortunato perché né meteo né intoppi coi mezzi hanno rovinato o complicato il viaggio programmato, anche se – devo ammetterlo – era sulla carta un po’ azzardato, anche per le energie fisiche che richiedeva.

da Oslo a Capo Nord
VERSO NORD
Oslo
Stavanger
PREIKESTOLEN
Bergen
FLOIBANEN
Flåm
FLAMSBANA
Trondheim
Bodø
da Oslo a Capo Nord
VERSO NORD
Trondheim
Bodø
Å i Lofoten
Stamsund
HURTIGRUTEN
Tromsø
SOLE DI MEZZANOTTE
Honningsvåg
CAPO NORD
Nordkaap
Knivskjellodden
. Kirkenes

L’undici luglio è il gran giorno della partenza, quello atteso e sognato quando aspettative, speranze e preoccupazioni si mischiano dentro di noi in quel leggero stato di ansia e di panico che ti prende quella mattina e che il vero viaggiatore sa benissimo non dipendere dall’aereo ma dalla voglia che tutto vada come previsto o, se possibile, meglio ancora.

La partenza da Venezia col volo con scalo a Monaco e l’arrivo seguente a Oslo sono l’ultima incubatrice di pensieri e speranze prima che l’atterraggio in suolo norvegese partorisca questo viaggio. Caricati gli zaini da montagna in spalla, con tutto il peso delle cose utili e superflue, ci trasferiamo col Busexpress alla stazione dei pullman nel centro di Oslo. Non resta che orientarsi un attimo e imboccare la strada in direzione dell’Anker Hostel, gettonatissimo ostello nel centro, uno dei rari posti accoglienti ed economici che si può trovare nella capitale. In verità, anche se la nostra prenotazione era fatta per l’ostello ci sistemano nell’albergo (meglio così!) e, una volta lasciati i bagagli in lugagge room ci buttiamo nella prima esplorazione di Oslo. Due prime piccole sorprese nel guardarci attorno per strada: molti volti di stranieri,  non turisti intendo, segno che anche qui l’immigrazione non è poi un fenomeno così marginale e marciapiedi un po’ più sporchini di quel che ci saremmo immaginati. Del resto – e questo in Norvegia non fa eccezione – ogni viaggio non è che una palestra per allenare occhi e cuore a vedere, conoscere, capire e a volte cambiare idea o cogliere sfumature nuove; noi che in tante situazioni viviamo di stereotipi, coi quali a volte conviviamo, a volte ci scontriamo, a volte ci rifugiamo nella ricerca di sicurezze e punti di riferimento senza i quali saremmo spaesati e timorosi. L’importante è essere disposti a rimetterli in discussione, a non farne degli assoluti, forse anche a non prenderli e prenderci troppo sul serio.

Comunque l’atmosfera in generale è decisamente quella scandinava-nordica che mi aspettavo: precisione e ordine, gentilezza ma distacco, atmosfera a volte ariosa e serena, talvolta decisamente asettica. L’impressione è più di qualche volta di essere dentro un catalogo dell’Ikea.

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Giro abbastanza classico nel centro di Oslo, facilmente girabile a piedi, come conviene a una bella capitale moderna: pochi passi per raggiungere la DomKirke, la cattedrale protestante, poi lungo via Johann Karl arteria pedonale di Oslo, quindi si passa per lo Stortiget – elegante edificio che ospita il Parlamento norvegese – e il Teatro Nazionale, fino al Palazzo Reale, dal tono sobrio e dimesso, ben lontano dagli sfarzosi castelli e dai palazzi reali inglesi. Il percorso, comodo e facile, sbocca sul porto, nel quale troneggiano, così come in vari punti della città tante gru, al lavoro in moltissime costruzioni o ristrutturazioni, che a volte sembrano rovinare le foto da cartolina che da bravi turisti non ci risparmiamo di scattare in gran numero, però danno comunque un senso di vitalità a questo ambiente così sornione e pacioccosamente disteso sul mare. Non ultimo testimoniano un senso di progetto e di futuro, impegnate come sono a ridare volto e fisionomia a intere aree definite della città: trovo bello e importante cogliere che gli abitanti di Oslo hanno una idea della città che vogliono e che lavorano in questa direzione. Quando mai lo vedremo nelle nostre città, sempre col fiato corto – tra le miopie dei suoi amministratori e la rassegnazione dei suoi abitanti – impantanate a tirar avanti e ad affrontare emergenze?

Ci troviamo ora di fronte al Radhuset, il Municipio di Oslo, con i suoi mattoni, le linee squadrate e le due famose torri; questo edificio deve la sua notorietà più che alla sua bellezza artistica alla tradizionale consegna del Premio Nobel l’8 dicembre, allorché a ragione Alfred Nobel volle omaggiare questo popolo riconoscendo il suo spirito pacifico e la sua indole di non belligeranza designandolo come sede della premiazione per questa importante riconoscimento. I nostri quattro passi proseguono.

Mentre ti avvicini all’Opera di Oslo, l’opera più recente e prestigiosa costruita per delineare il volto moderno e culturale di questa città, si può apprezzare l’intuizione di fondo degli ideatori, gli architetti dello studio Snøhetta, quello che ha curato la Biblioteca di Alessandria e sta ultimando GroundZero a NY: la struttura in marmo bianco emerge dal mare in una sorta di continuità e offre una grande terrazza dalla quale si gode di una vista molto bella sulla città e sul porto. All’interno, questa armatura imponente ma ariosa, grazie anche alle grandi vetrate frontali, ospita la struttura lignea a spirale del Teatro vero e proprio, mentre al suo interno e tutto intorno si snodano locali per il ristoro e l’intrattenimento, a sottolineare come il legame vita- cultura non dovrebbe essere artificioso e elitario ma di ampia fruizione: anche per questo l’area esterna è visitabile tutto il giorno a qualunque ora. A me è molto piaciuto perché nella sua modernità non insegue la stranezza o l’eccesso ma si sforza di unire eleganza e modernità.

La comoda linea del tram ci fa arrivare all’ingresso del Vigeland Park, che con le sue cancellate in ferro battuto ci immette in questa oasi di verde e pace, polmone ecologico ma soprattutto culturale di Oslo. Il giardino di Frogner Park, molto suggestivo e ben tenuto (ci mancherebbe, siamo in Norvegia!), ospita l’estesa collezione di statue in marmo e bronzo che il grande scultore norvegese Gustav Vigeland iniziò nel 1921; il comune di Oslo abbatté la sua vecchia casa per costruire la Biblioteca e in cambio gli costruì una nuova casa-atelier, mentre lo scultore si impegnò a lasciare tutte le sue statue alla città.

Al di là dei gusti e dello stile, le statue hanno una loro particolare innegabile bellezza, che corre lungo le linee morbide e le forme accentuate dei personaggi, una forza plastica ed evocativa che risplende sulle superfici levigate e rimbalza tra l’inconfondibile effetto pepe-sale del granito e il luccichio severo del bronzo. Vigeland popola il Parco di un numero considerevole di figure: uomini e donne, giovani e vecchi, a volte nella loro individualità, altre volte uniti in gruppi o composizioni fantasiose nella posa e nell’intuizione che le ha generate. Scene familiari e poetiche, squarci di intimità e di gioco, sguardi pensierosi e sorrisi catturati dallo scalpello dell’artista norvegese che rendono questo inusuale percorso di statue un enigma da sciogliere, una compagnia da godere, uno specchio in cui ritrovarsi. Diversi interrogativi nascono nel profondo, leggendo nel significato nascosto dietro e dentro le forme di queste rappresentazioni.

Nella grande colonna centrale uomini e donne di ogni età si rincorrono e si sostengono, si accavallano e si aspettano…questo incontro di generazioni che si mischiano senza confondersi, non è forse ancora oggi per noi un appello a superare i conflitti tra un mondo giovanile sempre più disorientato e solo e quello adulto, chiuso nelle sue fatiche e incapace di speranza e ripresa?

Le semplici scene di famiglie, costruite su pose fantastiche e quasi irreali – come un sogno o un gioco di fanciulli – danno quasi un tratto dell’umanità piena di vita e speranza che ognuno di noi sembra aver smarrito e che non sa forse più nemmeno desiderare di recuperare.

La vita! Qui ha ancora senso viverla e celebrarla, immersi in molti elementi che vedo e me la ricordano: la bellezza della natura, la non invasività dell’uomo e delle sue opere e costruzioni, i ritmi tranquilli e umani di questa popolazione, il senso della famiglia con le tante coppie di giovani che passeggiano con i figli al seguito, in numero decisamente elevato per chi come noi e i giapponesi proviene dal paese con il più alto tasso di invecchiamento al mondo! Certo, alcuni altri elementi vanno in direzione opposta, dalla comunicazione molto ristretta all’alto tasso di suicidi, ma un pomeriggio di sole passato tra il verde e il granito dolcemente scolpito da Vigeland porta a guardare la vasca della grande fontana al centro del parco, dove gli uomini portano insieme il “peso” della vita, con occhi di meraviglia e ritrovata serenità.

Sarà perché siamo finalmente in vacanza e l’occhio e il cuore si distendono? Perché togliere parte del merito e della gioia a questo angolo di arte e relax?…

Ma è tempo che la poesia lasci il posto alla fame e alle esigenze meno nobili del nostro fisico, allietato sì dall’intensa giornata ma anche bisognoso di rifocillarsi: guida alla mano, vaglio come al solito da bravo viaggiatore la possibilità di far quadrare l’equazione della nostra cena, tenendo conto delle spinose variabili della qualità del cibo, inscritta come richiesta ineludibile nel nostro DNA italiano, e della parsimoniosa attenzione dovuta alle nostre finanze. La scelta cade sul Celsius, locale vicino al Radhuset, comodo e vivacemente popolato nei suoi tavoli all’esterno. Alla fine siamo soddisfatti: buono il cibo, accettabile il prezzo, discreto il servizio. La cena procede tra un commento decisamente positivo sull’inizio del viaggio, qualche chiacchiera sui soliti argomenti e uno sguardo al menù mentre lancio un’occhiata ai miei compagni di avventura. In questi momenti l’istinto italiano è implacabile e viene a galla vincendo ogni desiderio di provare novità culinarie o di rischiare qualche piatto che non rientra nei nostri canoni consueti; i miei amici si affidano così alla tattica più collaudata e da Trapattoni della tavola si chiudono in un catenaccio, che riproporranno spesso come schema anche nelle serate successive: scelgono solo le cose che conoscono bene oppure aspettano di provare un piatto diverso solo la volta successiva, dopo che uno degli altri (ovviamente io) ha ordinato la pietanza inconsueta. Per noi l’azzardo è un gioco da tavolo, non certo da tavola.

La notte in albergo trascorre nel meritato riposo prima di farsi svegliare dal sole molto mattiniero del nostro secondo giorno ad Oslo. Tanto per stare in tema, esso comincia con una favolosa abbondante colazione secondo il mio travelconcept: colazione antimediterranea con “tutto-quello-che-c’è-nel-buffet” dal dolce al salato, dal liquido al solido, dall’uovo ai salumi; è vero, la nostra dieta è riconosciuta come sana ed equilibrata però questa colazione permette di immagazzinare tutto il fabbisogno della prima metà di giornata, senza altre soste prima di un velocissimo ed essenziale lunch per lasciar spazio infine a una cena come si deve, senza esagerare ma più curata e rilassata alla sera. Certo, non a tutti piace o risulta così facile cambiare abitudine ma si rivela a mio parere l’alleato più efficace per ottimizzare il tempo a disposizione e sfruttare i tempi di mezzogiorno in cui tutti – in particolare i  turisti italiani – si  fermano a mangiare per visitare i luoghi generalmente più affollati o che richiedono tempi prolungati per essere gustati. Nessuno mette in discussione il primato di pasta, pizza e piatti nostrani ma nella vacanza all’estero credo serva una certa duttilità e un pochino meno di quell’innegabile provincialismo tutto nostrano per cui solo noi sappiamo come si vive, si mangia e ci si diverte.

L’intensa mattinata inizia dalla visita al MunchMuseet, che raggiungiamo a piedi seguendo le numerose indicazioni lungo la via; sicuramente una meta gettonata che merita una sosta come si deve, gustando il bel percorso tra i capolavori del grande pittore norvegese.

Lo stabile è molto moderno ma non particolarmente significativo, o almeno non ha in me un impatto coinvolgente, le linee squadrate del tradizionale design architettonico nordico non riescono a trascinare fuori dall’anonimato questo edificio, una casa che sta stretta al valore e alla grandezza  delle opere e dell’artista che ospita. Ora un nuovo spazio è in costruzione nella zona del porto e alcuni tabelloni ne illustrano il progetto ambizioso e l’impatto sulla città: speriamo che il risultato sia felice e all’altezza.

Dici Edward Munch e subito pensi al suo capolavoro più conosciuto The scream, L’urlo. Per molti – probabilmente per i più – la conoscenza dell’artista precursore dell’impressionismo credo si fermi qui. In verità come per molti altri artisti la sua produzione è assai più ampia, elaborata e variegata a seconda dell’età e dello stile ma forse è la sorte degli autori dei grandi capolavori, quella di finirne in qualche modo vittime; quasi che le grandi opere “globalizzate e annoverate tra i capolavori” si trasformino in una gabbia o in un cliché e anziché favorire la conoscenza più approfondita di ciò che ha preceduto e seguito quel momento espressivo rimangono una specie di ingombrante etichetta.

Di fronte all’urlo vengo penetrato da senso di angoscia, vuoto, disperazione, disillusione, come mai mi era capitato di fronte a quest’opera così conosciuta e vista tante volte; dal vivo quell’urlo muto e soffocato mi raggiunge nell’intimo, trascinandomi dentro il quadro stesso, quasi che quella bocca spalancata riuscisse a catturare dentro l’intimo di ognuno dei singoli visitatori che si soffermano innanzi il loro particolare dolore, il loro singolo tormento, la loro inconfessata paura. In una sorta di allucinazione collettiva, il dipinto rimanda e restituisce a ognuno la sua parte di dolore umano, gli rilancia l’urlo soffocato di questo nostro tempo, fino a sentirne dentro il sibilo inespresso o inesprimibile.

Se quell’urlo nasca poi dalla speranza di una possibilità catartica e redentiva oppure dalla più lancinante disperazione, non lo sappiamo o resta un mistero racchiuso nella tavolozza di Munch o nel cuore del visitatore stesso.

Ho scoperto in questa occasione la passione dell’autore per la riproduzione dello stesso soggetto nelle più diverse tecniche espressive, ragion per cui esistono centinaia di copie de L’urlo e di altri suoi quadri e quelli esposti negli spazi del Museo non sono che una minima parte della collezione originale. In particolare Munch prediligeva tecniche miste, con cui mischiava, sovrapponeva, confondeva, costruiva insiemi con materiali dagli effetti più diversi. Con colori, stoffe, legni ridava nuova forma, anima e vita allo stesso soggetto: se all’apparenza questa produzione può sembrare ripetitiva e monotona, si rivela man mano più interessante quando si colgono le diverse sfumature e intensità, quando si cerca di andare oltre la scelta dei colori così vivi e caldi o degli elementi più essenziali e grezzi per capire cosa Munch volesse esprimere in quella sua forsennata ricerca di espressione.

In fondo – mi sono detto – non è forse la vita stessa che con la sua arte e fantasia che fa con noi il medesimo gioco e allestisce, smembra e ricompone le nostre giornate allo stesso modo, cambiandone a volte un impercettibile dettaglio, altre ancora solo uno sfuggevole sfondo? Non ripresentiamo pure noi in fondo sempre lo stesso soggetto giorno dopo giorno, in bilico tra il rimanere sempre noi stessi e il cambiare al contempo di sfumatura in sfumatura, di colore in colore. E’ uno strano gioco che mi affascina ogni volta che mi metto di fronte a un’opera d’arte, quello di non chiedermi tanto cosa voleva dire l’autore o cosa mi sta dicendo l’opera (domande spesso solo leziose o di cui poco ci interessa in realtà la risposta) ma cosa essa vede di se stessa in me.

Con il gusto della visita effettuata e ancora qualche domanda cui mi darò tempo più avanti e altrove per rispondere, salutiamo Munch, uno dei personaggi più conosciuti che hanno dato lustro alla Norvegia. Di altri due, il grande drammaturgo Ibsen e il poeta e scrittore Bjørnson, avevo preso in considerazione l’idea di visitare alcuni luoghi significativi ma il tempo ristretto e la necessità di una cernita tra le tappe da seguire mi rimandano a un’altra occasione l’avvicinamento di queste due figure.

Il giro prosegue con il traghetto che ci porta verso la penisola di Bigdoy, dove raggiungiamo il Museo del Folklore, con suppellettili, vestiti, delle tradizione norvegese e intorno la ricostruzione sia di una città di inizio secolo con le sue case, negozi ed edifici d’epoca, sia di un villaggio vichingo con le abitazioni e i figuranti nei costumi che mostrano le attività della vita quotidiana; la costruzione probabilmente più interessante è la Stavkirke, la chiesetta in legno ben conservata, sorella di quelle più famose che si possono visitare in altri luoghi, come Borgund, fuori però dalla rotta del nostro viaggio.

Avrei voluto spendere qualche parola di più ma per onestà la sensazione che rimane dopo questa visita, pur utile per capire la storia e l’evoluzione di questo popolo, è quella della più classica offerta turistica. Lo stesso senso della tradizione, dei costumi e le ricostruzioni proposte non toccano particolarmente fantasia o curiosità, perlomeno la mia. Così anche per la National Gallery, con un percorso che presenta alcune esposizioni degne di nota ma che spesso indugia, in particolare le prime sale, nel tentativo di mostrare un passato più grande di quello che è realmente è stato.

A coronamento della giornata, cena da Kofitova: non malvagia ma nemmeno memorabile. Quel che conta è che è finalmente giunto il momento di approcciare quello che sarà un amico indispensabile e affidabile del nostro viaggio e in particolare del prossimo spostamento: il treno. Nella laboriosa preparazione del viaggio, come ho già detto, è stato lui uno dei protagonisti, come del resto è giusto che sia in un interrail.

Interrail, pensare che era stato uno dei sogni della giovinezza, come per molti, al termine della maturità o di qualche sessione di esami all’università… e invece mi ritrovo ad affrontarlo ora, senza la giovanile spensieratezza di chi vuol lasciarsi alle spalle, dietro le ruote sferraglianti, gli anni appena terminati di faticoso studio, in attesa di capire dove portano i binari del futuro.

Mi accingo a viverlo con una consapevolezza diversa, una maturità che comunque non è mai pienamente raggiunta ma sempre bisognosa si nuove soste e ricariche, di spunti e stimoli, di ri-progettarsi per guardare in avanti, per non dare per scontate le scelte fatte, ma per ritrovarne piuttosto la linfa o le sfumature perdute.

Il treno dunque. Destinazione Stavanger, sudovest della Norvegia, paese che ha conosciuto la sua fortuna con la trivellazione del petrolio in quel suo gelido mare che a un certo punto del secolo scorso ha smesso di dar da vivere con le sardine e i merluzzi ai suoi pescatori, abituati alla fatica e agli stenti, per farne una piccola borghesia arricchita che ha presto imparato gli agi del benessere ma ha forse perso al largo un po’ della sua identità e della sua storia. La stazione che ci accoglie al nostro arrivo, pulita e efficiente ma anche anonima e senza anima è purtroppo la triste conferma di quella iniziale impressione.

Soffoco sul nascere una triste considerazione sul nordest da cui provengo: ora, certo, nemmeno qua la situazione è più così rosea ma il benessere degli scorsi anni che cosa ha portato? E la strenua difesa delle tradizioni tanto invocata e sbandierata ha aiutato a prendere consapevolezza delle nostre radici per far crescere la nostra cultura o ha solo privilegiato in modo miope l’immobilismo senza progettare il futuro? Quasi quasi sorge il dubbio se non ci sia da augurarsi una nuova “carestia”… O forse è già in atto da tempo, ma non ne abbiamo consapevolezza piena né tanto meno voglia di leggerla, darle un nome, affrontarla: la povertà nelle relazioni, le fatiche e le divisioni e ferite insanabili nelle famiglie, il clima lavorativo condizionato da ritmi ossessivi e “umanamente insostenibili”, la perdita del senso della festa e della gratuità, la fuga nel divertimento fine a se stesso e nell’eccesso…

Ma rimetto i piedi per terra, anzi sul treno, che, molto confortevole, pulito e controllato, arriva in perfetto…anticipo! Per un italiano risulta quasi scioccante. Non ho dormito al top ma comunque ho sicuramente riposato quanto basta e, non essendoci intoppi di sorta, sono pronto per una nuova giornata, impegnativa ed emozionante. E’ uno dei momenti che ho preparato con più scrupolo e attesa. Gli spostamenti si susseguono secondo programma: traghetto verso Tau, quindi il bus che tra stradine tortuose ci porta al Rifugio Preikestolen, un tantino affollato a mo’ di Locatelli in quei fine settimana estivi in cui le Tre Cime sembrano Jesolo, anche se il paragone con le Dolomiti non calza più di tanto. Al rifugio ci registrano in reception, nella hall in legno spaziosa e accogliente ( in buona velocità grazie alla prenotazione via internet con booking.com e hihostel), lasciamo i bagagli e ci prepariamo al momento clou: via il superfluo dagli zainetti, abbigliamento sportivo e cartine in mano per l’escursione alla roccia del Pulpito, appunto in norvegese Preikestolen.

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La meta, il panorama mozzafiato, i brividi nel guardar giù dal precipizio, il fiordo bellissimo che da lontano sembra venirti incontro ricompensano ampiamente la piccola delusione per il percorso e l’ascesa non certo entusiasmante: un sentiero carino ma non eccezionale (niente a che fare con i nostri itinerari dolomitici) e sin troppa la compagnia da parte di altri turisti, presenti in modo massiccio sul sentiero, incoraggiati dal percorso abbordabile e dalla giornata favorevole. Insomma, non un tragitto da annoverare tra le imprese sportive e pratica sbrigata nel tempo dovuto con una partenza subito spedita per non farsi imbottigliare nel sentiero, ma il paesaggio intorno e il carattere estremo del Preikestolen nella sua piattaforma a strapiombo sul fiordo hanno riempito occhi e cuore. Immancabili le foto a immortalare coraggiose esposizioni sul ciglio, tra pose classiche e qualcuna più inusuale, così da portar via con noi – quasi fosse davvero possibile! – un  po’ di quel posto, qualcosa di più tangibile e fruibile del ricordo e delle emozioni provate.

Avevo dato un titolo e un tema alla giornata di oggi: Cristo è la roccia, in evidente omaggio al posto che era in previsione di visitare (di cui avevo spavaldamente detto prima della partenza: “io ci vado anche se diluvia!”…) e rifacendomi a quanto scrive san Paolo ai cristiani di Corinto: Cristo è la roccia spirituale che ci accompagna nel nostro cammino (1Cor 10,4). Percorrendo quel sentiero sentivo in me un desiderio di fiducia e abbandono più grandi che vorrei recuperare in questo tempo. Afferrarsi a lui, vedere le cose appoggiandosi a lui, col suo sguardo e i suoi sentimenti. Amen! Sì , questa parola ebraica che nasconde la stessa radice del verbo credere, vuol dire proprio roccia, luogo sicuro e affidabile, è un invito a vincere la titubanza, la paura di scivolare o di non farcela. Come spesso ho fatto oggi, si tratta di continuare a camminare anche quando il terreno sotto i piedi si rivela più infido e instabile, nella certezza – che nessuno ti dà ma che trovi in te – che non mancheranno punti di appoggio a cui far riferimento per non cadere o farsi male.

Meditavo il senso di questo cammino parallelo e interiore che compivo verso la roccia, soffermandomi su quali sono ad oggi le mie sicurezze, le scelte e i valori su cui fondo i miei passi, le persone e l’Altro cui do fiducia e ascolto. Avrei preferito compiere questa ascesa con meno gente attorno, proprio perché il percorso di ognuno, anche se condiviso, resta personalissimo, nessuno può farlo al posto tuo: nessuno può scegliere, decidere, credere per te. Nel silenzio e nella quiete (o nel rumore che mi rimbomba dentro, come un secondo cuore) passo tra questi luoghi che mi portano alla grande roccia, masticando la faticosa convinzione che la fede rimane un salto senza garanzie assolute, senza protezione o assicurazioni: da quella roccia che chiamiamo Dio, la sua Parola, suo Figlio occorre comunque spiccare un balzo che mai perderà il suo carattere di scommessa e di insicurezza.

Una particolarità poi conferisce una veste spettacolare e affascinante al Preikestolen: dalla terrazza di roccia su cui approda il sentiero si vede il fiordo dal suo inizio fino a là, se ne può ripercorrere con lo sguardo il corso tra le insenature fino a sembrare di trovarsi in mezzo, se ne viene quasi idealmente travolti e condotti fino a valle non con l’impeto dell’onda prevaricatrice ma nell’irresistibile trasporto della placida corrente che ti circonda e ti sospinge. Sorgeva in me, come un gorgo tumultuoso, un desiderio nascosto: trovare quella roccia, quell’appiglio segreto, dal quale riuscire a rileggere allo stesso modo la mia vita, dall’inizio fino al momento presente.

In quei rari momenti in cui il fiume delle nostre esperienze e dei ricordi supera le anse del tempo e della storia, in un attimo ritrovato di calma interiore e favorevole disposizione, possiamo voltarci indietro e cogliere in un solo sguardo quello che abbiamo vissuto, ciò che siamo stati e abbiamo fatto. In quello sguardo, ogni singolo frammento perde improvvisamente il suo isolamento e nell’insieme trova una sua compiutezza.

Ogni persona, gesto, parola, occasione finisce di essere un episodio sedimentato in qualche angolo di noi e ricomincia a scorrere nelle nostre vene, ossigenato di vita e senso nuovi, rivitalizzando ogni tessuto stanco così che siamo in grado di riprendere con determinazione e coscienza il cammino che ci attende.

Ma va da sé che quella roccia (chiamiamola silenzio o interiorità, preghiera o elevazione, dolore o libertà…) resta spesso lontana e forse anche poco ricercata e battuta e quand’anche i nostri piedi vi si avvicinano con timido desiderio, prevalgono in noi la paura e la vertigine di fronte allo spettacolo più bello e tremendo che può offrici la nostra umanità: il suo fragile bisogno di vicinanza e di salvezza. Su questo precipizio, raramente spingiamo lo sguardo oltre, paralizzati dalla paura o dalla pigrizia, impedendo così a quel fiume misto di dolore e possibilità di portarci con sé verso la nostra vera meta: amare.

Ritorno, saltellando tra le rocce e lanciandomi in azzardati sorpassi per giungere velocemente al nostro alloggio, una casetta in legno caratteristica, accanto al grosso complesso del Rifugio: doccia, cena (che buone le buste di risotto conservate nelle tasche dei fedeli zaini da montagna…e che bello constatare come un po’ alla volta il peso diminuisca!) e un rilassante riposo nell’incanto di questo piccolo scorcio di paradiso tra acqua, verde e cielo. Il corpo reclama il meritato riposo e noi, ben lieti, gli diamo retta e lo assecondiamo.

Al mattino presto ritorno al contrario con il bus e il traghetto fino a Stavanger, poi partenza per Bergen con Busexpressen che alterna pullman e traghetto (più veloce e con possibilità di muoversi alzandosi dai sedili e usufruendo degli spazi e della visuale del traghetto) così nel primo pomeriggio giungiamo in questa Venezia del nord. Un nome che, con le dovute proporzioni, non le si disdice, in virtù dei suoi eleganti vecchi edifici in legno schierati sul porto, dell’intensa attività marittima, del riconosciuto primato economico e politico che ha rivestito per molto tempo in Norvegia. Ci sistemiamo all’Intermission Hostel (decisamente al di sotto delle aspettative: rumoroso e sin troppo “essenziale”) e poi ci tuffiamo in questa ennesima giornata assolata, un mezzo miracolo qui a Bergen, la città più piovosa del mondo, che vanta la più alta percentuale di precipitazioni all’anno. Senza nulla togliere alla bellezza di questa piccola cittadina e alle sue ricchezze, l’attenzione dei miei compagni sta tutta nella domanda: e la cena? Stavolta non c’è bisogno di gran consulti alla ricerca del locale ideale, perché la tappa – come avevo bel letto prima della partenza – è quasi obbligata: il Torghet, il mercato del pesce di Bergen offre, oltre allo spettacolo di barche, marinai e pescherecci, le tradizionali bancarelle in cui il pesce fresco appena pescato viene preparato e servito all’istante.

Ecco che l’imbarazzo della scelta circa la nostra memorabile cena cade sugli spiedini di scampi… e sulla bistecca di balena (non per tutti ovviamente, non tanto per ideologie o convinzioni ambientaliste ma proprio per la già citata refrattarietà alle novità culinarie). Proprio così, quell’ammasso di carne scura che viene tagliata a fette e passata alla piastra è il tradizionale piatto norvegese che tante polemiche solleva da parte degli animalisti. Non nego che il problema della caccia indiscriminata alle balene, così preziose per l’ecosistema e la cui sopravvivenza è sempre più in pericolo, non mi lascia indifferente, ma la curiosità ha avuto il sopravvento e sarei poco sincero se dicessi che non mi è piaciuta: una carne quasi a tutti gli effetti (del resto è un mammifero) che da sempre piace, e si capisce, da queste parti.

Molti italiani lavorano stagionalmente in questo grazioso mercato, tra cui ovviamente un trevigiano e alcuni altri giovani di Pavia e Milano, che ci servono abbondantemente e non mancano di scambiare qualche chiacchiera tra paesani. Quindi il nostro giretto prosegue per il Bryggen, la zona del porto caratterizzata dalla schiera di antiche case e negozi in legno, le cui pareti colorate si addossano l’uno all’altro, stringendosi non si sa se per sostenersi a vicenda, visti gli acciacchi e l’età, o per entrare tutte nelle immancabili foto dei turisti.

Infine l’ascesa con la Fløibanen, la caratteristica funivia che risale il monte sul quale questa magnifica città portuale è appoggiata e che regala una splendida visuale di tutta la città. Si ascende sul ripido pendio, salendo velocemente fino alla terrazza dove la cabina ci fa scendere. La vista è piacevole e fa vedere la continuità tra la vecchia parte portuale e la nuova zona residenziale, che senza soluzione di continuità di allargano verso terra, mentre il luccichio del mare ci ricorda quanto il giorno (sono ormai le 21!) sia sempre più lungo e intenso. Peccato manchi il tempo per una passeggiata nei sentieri che partono nel bosco sovrastante la funivia: giusto pochi passi per respirare l’aria più fresca ed elevare lo spirito, prima della discesa e della notte.

La mattina seguente inizia un altro grandioso percorso in treno: prima lo spostamento da Bergen a Myrdal e da qui la partenza della Flåmbana, la ferrovia che detiene il record della massima pendenza al mondo, un vero gioiello dell’ingegneria ferroviaria norvegese, con il suo caratteristico tour tra i fiordi, le insenature e la montagna. Il panorama e l’ardita pendenza valgono il viaggio al di là dello scontato sapore turistico della corsa (ahimè, a volte rischia davvero di sembrare un po’ una giostra di Gardaland) e della pacchiana trovata della donna vestita di rosso (sarebbe Huldra, la ninfa del bosco) che esce dalle acque, che finisce solo col far perdere il sapore crudo e incisivo alla bellissima cascata di Kjosfossen. Quanto più gratificante ed evocativo sarebbe poter rimanere lì in silenzio con l’unico grido dell’acqua che scende e gli spruzzi che ti raggiungono sulla terrazza in legno dove il treno sosta. Anche l’essenzialità norvegese si concede purtroppo qualche inconsueta licenza come in questa occasione.

Flåm, la nostra destinazione, è situata in una posizione incantevole (sicuramente più bella ancora da vedere arrivando dal fiordo in battello) ma non offre molto altro se non un comodo prato per riposare, un accesso wi-fi e uno sterminio di souvenir in un eccessivo negozio dove tutti si accalcano a fare spese. Non c’è il tempo per provare l’escursione in canoa o le altre attività proposte sul luogo: i tempi sono stretti mentre la Norvegia è lunghissima!

Ripercorriamo all’indietro la Flåmbana, senza più il piacere e lo stupore della sorpresa dell’andata, per tornare a Myrdal in attesa del treno per Oslo. Il quale – come tutte le primedonne – si fa attendere ma poi si concede in tutta la sua bellezza: una catena interminabile di panorami e scorci di rara intensità (credo la vera Norvegia!) che la luce generosamente profusa dal sole fin dopo le 23.00 ci fa gustare a pieno. Il viaggio prosegue in lunghezza senza monotonia e lascia, c’è da dirlo, la meraviglia negli occhi. Dietro i finestrini l’occhio si perde in quelle distese sconfinate dove la natura sembra ancora l’unica indiscussa padrona, fiera e poderosa, ma sempre comunque accogliente e rassicurante.

Passiamo la notte in stazione perché non c’è convenienza né di tempo né di costi per raggiungere una stanza: poco dopo le sette si riparte di nuovo ed è ormai già mezzanotte; quindi attendiamo in dormiveglia al Busterminal, – la stazione dei treni invece chiude prima e i solerti agenti di polizia ce lo ricordano con gentile efficacia – un piccolo sacrificio per chi non ha mai provato questa imbarazzante provvisorietà ma che sopportiamo tutti senza particolari malumori, se non il disagio di una postura non certo comoda. Qui ci capita perfino di dover accudire un ragazzo coreano, Lee, che sta girando l’Europa con valigione, iphone e camera …senza però dare molto l’impressione di sapere dove si trova. L’interrail è anche questo.

Oggi primo intoppo. Mi secca – e molto! – ma come è giusto che sia mi mette alla prova nella capacità di gestire l’emergenza, così il piano di viaggio subisce un cambiamento non previsto a mo’ di effetto strada-sbagliata nel tomtom: “ricalcola il percorso”…

Salta il giro Dombås-Åndalsnes, la meravigliosa ferrovia che sfreccia sui ponti costruiti sopra i fiordi, dove la prenotazione è obbligatoria ma, ahimè, “non c’è posto sulla Raumabanen” mi dicono le graziose ed efficienti hostess della NSB, la compagnia ferroviaria norvegese. Mi tocca rinunciare a questo piccolo gioiello, coi suoi passaggi su vuoti spettacolari… pazienza! Sarà per la prossima volta? Perché no?! Magari all’interno di un giro attraverso lo Jotunheimen (in norvegese la “casa dei giganti”), il grande parco cui già avevo a malincuore rinunciato in partenza durante la fase di programmazione, sacrificando la ripida ascesa lungo il sentiero dei Trolls.

Si sa, l’intoppo fa parte del viaggio e non ci sto poi così male: ho visto e vedrò talmente tante bellezze!… e poi, fortunatamente, l’alternativa mi viene subito in mente: prendiamo il diretto per Trondheim, bella cittadina  proprio al centro della Norvegia. Arriviamo così dopo un lungo tratto in treno e passiamo il pomeriggio in tranquillità con una piacevole passeggiata, prima di affrontare il viaggio notturno per Bødo. Scelta azzeccata, direi! L’ennesima giornata di sole ci permette una visita alla città per le sue ampie e frequentate vie, fino alla imponente Cattedrale protestante romano gotica. Leggendo sulla guida poi che vicino sorge la chiesa cattolica di St.Olav, ci spostiamo verso questo edificio: com’è deludente e impietoso il confronto tra questa moderna e spoglia costruzione e la maestosa Cattedrale con le sue guglie protese al cielo! Qui pero siamo accolti dal parroco, vicario generale della prelatura, Albert; il religioso agostiniano polacco esercita lì il suo ministero da qualche anno e ci invita gentilmente così dopo la messa nell’appartamento episcopale per una birra e qualche chiacchiera; uno scambio interessante, che ci aiuta a farci un’idea più precisa della situazione della fede e della chiesa in Norvegia, sia cattolica che protestante …e non è certamente così bella e florida come la natura incontaminata delle foreste che abbiamo attraversato in treno!

Oggi pranzo e cena fuori, non male i locali scelti, ci siamo trattati bene senza spendere una fortuna e così, sazi e riposati, possiamo dirigerci in stazione, dopo una meritata pausa di relax nel piccolo parco adiacente alla Cattedrale, dove il verde ospita giovani che mangiano e giocano, animali che corrono…e noi! Con calma ci riportiamo alla stazione, dove il nostro treno notturno ci porterà a Bødo: il viaggio è confortevole, anche se sempre con la luce! In stazione non manco di immortalare il pannello degli orari che, in controluce, indica le 23.35, orario di partenza del nostro convoglio. Ormai la notte si ritira sempre più per far posto a un  giorno lungo, quasi interminabile.

Così, ci daranno la buonanotte la benda per gli occhi e le morbide coperte che le ferrovie norvegesi ci mettono come sempre a disposizione per dormire; il treno continua imperterrito la sua corsa e noi con lui, attraverso le poche ore di effettivo buio e i molti chilometri di binari. Le distese di verde attraversano idealmente la cartina della Norvegia, assai meno velocemente di come lo faceva la freccetta del mouse sul pc quando tracciavo a casa la rotta, e con un ritmo infinitamente più lento – e forse per questo più naturale e più vero – di come viaggiasse la mia mente nei mesi che precedevano la partenza.

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Da Bødo prendiamo il traghetto verso le isole Lofoten, destinazione Moskenes, dove attraccheremo per poi prendere un taxi, dato che non c’è una coincidenza con i pochi bus dell’isola, alla volta di Å. Quasi un viaggio nel viaggio, una immersione in ciò che dovevano essere le coste e le persone qua in Norvegia fino a una manciata di decenni fa. Un paesaggio semplicemente fantastico, nel senso proprio che solo la fantasia può disegnare queste case in legno come palafitte incastonate tra gli scogli e i fiordi, che si insinuano in questo complesso di montagne, giganti di pietra che si bagnano pigramente i piedi nell’acqua gelida del mare aperto.

Solo la fantasia o la mano ingenuamente inesperta di un bambino tratteggerebbe con linee così marcate e decise i contorni delle forme e dei colori, con toni così accesi e vividi che il sole generoso e l’aria di mare rendono particolarmente tersi e suggestivi. Tutto cioè sembra al tempo stesso vero e costruito, un po’ come una cartolina ritoccata, un set cinematografico messo là per l’occasione.

Å, che meraviglia! E’ un gioco di parole perché questa lettera (è l’ultima dell’alfabeto norvegese come il nome dell’ultimo paese sulla punta meridionale delle Lofoten) si pronuncia proprio come una “o” stretta, una espressione insieme di incanto e di stupore. Tanto che sono mio malgrado rapito dal desiderio di fotografare, di fissare immagini e scorci, di portare a casa con me, almeno così, i particolari di questo paesino di pescatori. Tanto da mettere in ultimo piano quella immancabile patina di trappola turistica che accompagna ogni pezzetto di paradiso, quando ti imbatti in esso e nella moltitudine di turisti che lo accompagnano. Cena con un suntuoso bacalao, dopo un fortunato inconveniente: alla reception fanno un po’ di confusione con la nostra prenotazione per una camera da tre e dopo averci fatto aspettare un po’ e aver verificato che la camera era già occupata  si scusano e ci offrono in cambio un incantevole rorbuer, le graziosissime abitazioni in legno a palafitta sul mare, sul modello dei vecchi rifugi per pescatori. Noi ovviamente accettiamo volentieri e approfittiamo di questa bellissima e ampia costruzione, tra l’altro nuovissima e molto curata, la n. 18 (qui ogni casa porta il nome di un pescatore: la nostra si chiama Bjorn!) dal caratteristico color rosso scuro con i bordi celesti. La mattina seguente visitiamo il Tørfisk, il Museo dello stoccafisso: molto carino e organizzato e – piacevole sorpresa – gestito da un ex pescatore del luogo che parla anche italiano. Storie, notizie sulla pesca, lavorazione e preparazione di questo pesce povero e accessibile a tutti, ora pietanza di lusso, che unisce idealmente il popolo italiano (migliore intenditore e consumatore) con quello norvegese.

Ma è già tempo di prendere il bus che, attraverso la strada centrale che fa’ da spina dorsale alle Lofoten, ci porta prima a Leknes e poi finalmente a Stamsund, nostra seconda tappa nelle Lofoten. Il paese è più grande di Ǻ ma sicuramente meno animato e anche l’insieme sembra meno “pittoresco”, ma non mancano comunque scorci suggestivi. Decisamente più interessante e avvincente l’accoglienza di Roar, mattatore dello Justad Hostel, un personaggio col quale ci intratteniamo in una piacevolissima conversazione (partenza a monosillabi poi tutto ingrana…) prima di prendere posto nel nostro alloggio. Pur essendo un posto minuscolo e fuori dalle normali rotte turistiche nessuna delle guide più importanti manca di sottoliare questo piccolo ostello per la sua piacevole conduzione spartana, che fa assaporare genuinità e simpatia, difficili da trovare altrove. Una breve passeggiata per le stradine del paese ci conduce fino al grande porto e al ritorno deviamo per una perlustrazione attorno al vicino minuscolo faro, arroccato sulle rocce. La cena e la notte ci sorprendono, con addosso i primi segni di stanchezza, e andiamo a letto dando un’ultima occhiata al cielo, che ci saluta senza presagire un risveglio col sole.

Primo giorno di pioggia in Norvegia dall’inizio del nostro viaggio. A dispetto delle previsioni, delle statistiche e delle non sempre promettenti testimonianze sul clima di diversi viaggiatori, fino ad oggi il tempo era stato davvero bello e piacevole. Quindi prendiamo con molta pace questo intoppo, che fa saltare i nostri programmi, un giro in bici nei dintorni e l’hiking con l’ascesa alla vetta che sovrasta la baia di Stamsund. La sosta forzata in ostello diventa occasione di riprende forze e fare conoscenza con gente di diversa nazionalità ed estrazione che, come sempre, si ha la fortuna di incontrare in queste strutture; ovviamente non siamo gli unici italiani e in particolare conosciamo il giovane Matteo di Torino, di ritorno dalla Lapponia con la sua tranquilla flemma e lo sguardo un po’ stralunato. Così la giornata si trascina pigra fino alla sera, quando le ultime chiacchiere di chi è rimasto giù in cucina a raccontarsi chissà che davanti a una tazza fumante di caffè cullano chi, come noi, si è già ritirato su a dormire.

La vita di ostello, con le sue strutture essenziali ma accoglienti, la possibilità di scambio e conoscenze, il forzato contagio tra culture e provenienze disparate, rimane uno degli ingredienti più piacevoli e attesi di un interrail, un irrinunciabile tuffo nella poliedrica natura dell’uomo. Si possono passare ore a raccontare o ascoltare, scambiare informazioni pratiche o riflessioni profonde, condividere talvolta ricette e curiosità, altre ancora dolori e segreti che sai di affidare a qualcuno di cui poi perderai, nella stragrande maggioranza dei casi, le tracce. Mi capita in questi casi di incontrare come vari pezzi di me: il lato più pacato e prudente, quello avventuroso e sfrontato, quello che resta appartato, innamorato del suo silenzio e delle sue riflessioni, quello che non può far a meno di attaccar bottone con chiunque. Una specie di prisma che scinde i lati vari e opposti del mio carattere e della mia personalità, ritrovandoli nelle persone che mi si siedono accanto e che, con il più banale dei pretesti, danno voce e corpo al nostro bisogno di comunicazione, di confronto, di immedesimarci o differenziarci dall’altro.

Resta, è vero, la sensazione che più che di relazione si sia trattato di un momento estemporaneo e fugace di cortesia, reso possibile dalle circostanze del luogo e del viaggio; però non è forse sfregando casualmente e per un attimo l’atmosfera che le meteoriti entrano in contatto con la terra, donandoci quei fenomeni luminosi – le stelle cadenti – che spesso cerchiamo e che ci lasciano incantati col naso all’insù, suscitando pensieri e desideri profondi? Forse a volte anche queste persone che entrano ed escono per un attimo nella nostra vita accendono comunque scintille di verità che poi noi percepiamo, nella profondità del loro senso e nella loro bellezza, solo molto tempo dopo e magari proprio nel buio di certe notti della vita.

Per me, che spesso entro in contatto e parlo con persone che non torneranno più a intercettare direttamente la mia vita ma che non per questo non l’hanno “toccata” con un sorriso, una parola, un grazie o una stretta di mano, questa diventa una risorsa segreta cui attingere in certi momenti particolari, quando un’insperata circostanza aiuta questi ricordi a riaffiorare nella memoria e fa’ tornare a vivere quell’incontro.

Rifatti i bagagli e salutati ospiti e Roar, per noi c’è ora di fronte la prossima tappa: il molo per salpare col poderoso e affascinante Hurtigruten, il battello postale che costeggia in entrambe le direzioni le frastagliate terre norvegesi fino al Nordland. La vita a bordo somiglia molto a quella di una crociera, quindi da un lato ci godiamo – finalmente almeno per la prima notte – un po’ di comodità, dall’altro ci rendiamo conto dello standard dei passeggeri (età media un po’ oltre la nostra!) e del rischio di noioso ripetizione di questi viaggi tra una tappa e l’altra. Ci fermiamo in particolare a Tromsø, cittadina vivace con il suo spettacolare ponte, e la moderna cattedrale protestante, la biblioteca e l’ennesimo generoso e insperato pomeriggio di bel tempo.

Se è che al di là di ricchi buffet questa nave e la grande terrazza panoramica all’ultimo ponte questa nave non ha molto da offrire a dei giovani, si riscatta presto, mantenendo fede al nome che porta: Midnatsol. Così, scorrendo placidi sulle acque attraverso stretti fiordi verso il nord, abbiamo la fortuna di vedere nitidamente, senza l’intrusione di nuvole e foschia, il sole di mezzanotte. Davvero spettacolare questa palla infuocata che non scende mai sotto l’orizzonte, prolungando la luce e il giorno oltre ogni nostra abitudine: ha il vago sapore dell’incantesimo e del miracolo, quello che sembra sovvertire le leggi della natura e il pensiero dell’uomo,  per cui notte e giorno, buio e luce che si alternano in una staffetta che da millenni regola il mondo, qui invece si contendono l’intero tempo della giornata per sei mesi ciascuno.

Si va sempre più verso nord, dove accolgono la cornice di paesaggi aspri e brulli e un clima decisamente meno caldo anche se non ancora così particolarmente freddo (del resto qui è piena estate!). Al nostro arrivo a Honningsvåg  nuvole rade ammantano Magerøya, l’isola più settentrionale al mondo. Ormai ci siamo: scesi dalla nave e chieste informazioni all’ufficio turistico troviamo dopo un paio di chilometri a piedi coi nostri zaini sulle spalle la North Cape Guest House e sistemate le nostre cose possiamo prepararci alla meta della nostra serata/notte (chiarissima): Capo Nord.

C’è un insolito – almeno per l’ordinata vita norvegese – piccolo trambusto, un tamtam di sguardi preoccupati e un vociare nervoso tra la gente, per le strade e nelle stazioni: una notizia, che ascoltiamo fugacemente davanti al telegiornale, catalizza l’attenzione dei passanti assiepati di fronte agli schermi di stazioni, bar e negozi. Sembra si tratti di un attentato, una bomba scoppiata in un grosso centro abitato ma la fretta degli spostamenti e il desiderio di lasciare la tv fuori dal nostro viaggio, ci spingono a non informarci più di tanto, anche se da qualche sottotitolo e alcune parole velocemente scambiate capiamo che si tratta di Oslo: incredibile, ci viene da pensare, eravamo là pochi giorni prima in quelle stesse strade. Ma l’incredibile – nella sua insensata efferatezza – doveva ancora accadere: poco più tardi le agenzie di stampa avrebbero fatto sapere al mondo (ma non ancora a noi che, là vicini ma ignari, ne saremmo venuti a conoscenza solo più tardi, la sera) della strage nell’isola di Utøya.

Ci troviamo, senza neanche rendercene conto, in Norvegia proprio nella settimana in cui questo tranquillo paese balza suo malgrado agli altari della cronaca per questo incredibile attentato, episodio unico nella sua storia, una violenza che qui non si ricordava dai tempi delle vicende della seconda guerra mondiale.

Il tempo della consapevolezza di quanto successo verrà solo nelle settimane successive, al nostro ritorno. Di quei giorni mi restano solo i grandi titoli dei giornali e la sensazione di smarrimento e incredulità della gente, colpita nell’intimo e presa alla sprovvista, quasi e più che se qualcuno avesse forzato casa loro con rabbia e violenza. Ma mai scene isteriche, mai commenti sopra le righe, solo un dolore condiviso e composto che fa onore alla civiltà di questo popolo, capace di assorbire questo duro colpo senza cadere in una chiusura pregiudiziale verso il diverso o lo straniero, senza che questo dramma mini la sua profonda fiducia sulla possibilità di una serena convivenza civile, dove il delitto non diventa rassegnata abitudine ma rimane nella sua incomprensibile malvagità un incidente di percorso e una anomalia.

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Come detto però, noi siamo presi dalla nostro viaggio, giunto a un momento clou. Il pullman ci porta lungo i 33km che ci separano da questo promontorio, per raggiungere il quale attraversiamo su una strada non molto larga le rocce e le insenature popolate solo da motociclisti, camperisti… e renne!

I veri viaggiatori me l’avevano ripetuto più volte le guide più serie lo dicono apertamente. Il rischio delusione di fronte a Capo Nord per la vista non spettacolare e il complesso turistico adiacente con le sue presunte attrattive è alto per chi approccia questa meta col desiderio di riempirsi gli occhi di visuali memorabili. Perciò, avendo già spento ogni aspettativa del genere, non sono rimasto così deluso anzi. Credo di aver apprezzato quegli scogli apparentemente non esaltanti o simili a tanti altri, quelle acque che riflettevano il grigiore delle foschie per poi aprirsi ai raggi bassi dell’inconsueto sole di mezzanotte; di aver gustato sopratutto il significato e il senso di quel luogo, cioè non tanto quel che avevo davanti (e che le frotte di giapponesi e non scesi dai pullman turistici  si ostinavano a fotografare) ma  il senso del limite umano, della conquista e insieme della costrizione ad arrendersi all’infinito e al mistero, della perenne dimensione di viaggio della nostra vita, della voluta confusione tra traguardo e nuova partenza che ogni meta o conquista finisce col rappresentare per il nostro cammino. L’estremità oltre la quale sembra impossibile andare e  che pure ci richiama continuamente a trovare una nuova via di superamento, la consapevolezza che ogni volta che conquisti qualcosa (una meta, una vetta, un risultato) non ti resta che tornare indietro e ricominciare da capo.

Frustrante? Un disincentivo ad andare? Una consapevolezza nuova con cui ripartire?

Chissà… forse non ha lo stesso sapore-significato in ogni momento o fase della nostra vita. Mentre il pullman ci riporta all’ostello gli interrogativi, i dubbi, le fatiche restano ancora qualche istante sul promontorio, protesi verso quell’oltre che riesci sempre a sognare, sperare, a volte sfiorare ma mai possedere. Torneranno presto a farmi compagnia fedeli e scomodi come sempre, non si faranno attendere troppo, giusto il tempo di tornare da questo viaggio.

Si torna dunque lungo la strada, con in tasca il più turistico dei diplomi, una fugace capatina nella grande NordkappHallen ai cimeli del re thailandese Chulalongkorn che visitò questo luogo a inizio secolo, uno sguardo alle grandi medaglie della pace sul terreno circostante, senza restarne particolarmente rapiti. Decisamente più interessante invece il video sulle stagioni proiettato nella sala cinema; emozionante e evocativo, in quel suggestivo silenzio di fronte al mutamento della terra e della natura che paradossalmente bisognava ascoltare là, seduti in poltrona, perché ormai all’esterno non era più fruibile.

Anche i giorni del viaggio, come una breve ipotetica stagione, volgono ormai al termine: del tutto in particolare per uno dei miei compagni di viaggio, che per appuntamenti di lavoro deve far ritorno prima, come previsto, in Italia (e ripasserà ad Oslo proprio nel pieno trambusto del post attentato di Utøya!). La squadra resta di due unità per gli ultimi tre giorni, dopo che l’arrivo al grande Globo sembra aver suggellato una specie di capolinea della nostra avventura.

Ma la Capo Nord turistica non poteva essere la nostra ultima meta, a rischio di banalizzare o mortificare un viaggio così avvincente e particolare, pensato  e cercato proprio come alternativa ai pacchetti viaggio da agenzia. Così, noi due “sopravvissuti” ci concediamo un giorno di riposo, di riflessioni (le pagine del moleskine aumentano!) e commenti prima dell’ultima tappa, probabilmente sconosciuta ai più ma non ai veri amanti della Norvegia, ai travellers e agli hikers di queste brulle terre, ai curiosi – perché no? – sempre attenti a scovare quel che è sfuggito agli altri o a percorrere piste meno battute. Mi riferisco a Knivskjellodden, cioè il vero Capo Nord geografico (per l’esattezza 71° 11’ e 08” contro i 71°10’ e 21” di Nordkapp, che però non so per quale caso o convenzione è stata prescelta e favorita come ideale punto più estremo). Meglio così, al vero viaggiatore rimane la curiosità, la motivazione e la soddisfazione di raggiungere il vero obiettivo con lo sforzo dovuto e necessario. Già. quanto faticoso o pericoloso sarà? Questa la domanda della vigilia, sfogliando ancora depliant e guide, chiedendo invano alla ragazza lituana dell’ostello. Generalmente non considerata una grande impresa sportiva (vero!, come ho già detto anche dell’impagabile Preikestolen, qui però vale invece il detto “conta più il percorso che il traguardo”) ma i dubbi restano e l’incognita è rappresentata dai tempi (dicono 5 ore per 18 chilometri tra andata e ritorno), dagli spostamenti in andata e ritorno per approcciare l’imbocco del sentiero, dal clima che può rendere insidioso il cammino, quando la nebbia scende e la scarsa visibilità e la scivolosità delle rocce possono disorientare o procurare cadute.

Incoraggiati comunque dal ragazzo dell’ufficio turistico di Honningsvåg, che lo presenta come un sentiero fattibile, forse anche vedendo due giovani in apparente buona forma sportiva!, ci accingiamo a una notte ristoratrice, prima di quest’ultima fatica, le cui variabili e incognite alla fine ci sono più di stimolo che di ostacolo.

Per ingannare il tempo allora, quattro passi nel centro di questo paese, più ordinato e gradevole della periferia dove sorge l’ostello, con le sue tipiche case in legno colorate, il porto con le barche, il Municipio , la Chiesa e la scuola e pochi bimbi, quattro o cinque in tutto, che si godono tutte le ore estive con i loro skate nella pista adiacente. Chissà cosa vuol dire essere un ragazzo qua: pochi compagni, sempre gli stessi, le tante ore di sole e luce d’estate ma anche il buio quasi totale e opprimente nell’inverno: non dev’essere facile vivere le stagioni, né quelle climatiche né quelle della vita, quando da giovane le possibilità che si aprono davanti sono limitate, se non a costo di cambiare luogo e cercare altrove di realizzare un sogno o un progetto proprio.

Con sottile e ingenuamente camuffato autolesionismo decidiamo di provare (ben poche in verità quassù le alternative…) una attrazione del luogo, l’Artico Ice Bar, un locale ospitato in una cella frigorifera e costruito con i blocchi di ghiaccio ricavati in inverno da un laghetto qualche chilometro più in là e trasportati fino in paese. C’è un filmato carino che mostra le fasi della costruzione del bar e il giro nel locale, con tanto di pelli di animali, igloo e bibite servite in bicchieri di ghiaccio, alla fine risulta meno pacchiano del previsto e assolve al suo scopo di diversivo di tardo pomeriggio senza pretese. Concludiamo con un giretto nell’immancabile shop al piano superiore, prendendo dei souvenir, alcuni anche originali e simpatici da portare a qualche amico o familiare, della serie: guarda, mi sono ricordato di te! Usciamo dalla porta e, passando accanto al bellissimo husky del proprietario, che sta placidamente accovacciato alla porta e ci guarda con i suoi penetranti occhi celesti, ci avviamo verso l’ostello.

Alla North Cape Guest House l’atmosfera è serena anche se gli ospiti si alternano nelle camere, arrivano e partono, ognuno con la sua provenienza, le sue mete, la zavorra dei suoi  bagagli e quella della propria storia, a volte ancora più pesante da portare sempre sulle spalle. Coppie, famigliole, ragazzi dal fare strano si mischiano in una umanità nella quale si stenta a trovare un trait d’union; molti stranieri, ma non mancano certo i connazionali. Già, gli italiani, che al solito offrono una miscela esplosiva di innata simpatia e capacità di tener banco nella conversazione ma anche di povertà e figuracce, che ogni tanto ci potremmo pure risparmiare.

C’è un ragazzo calabrese che se ne è andato da casa molti anni fa e lavora in giro dove capita ed è partito senza una meta precisa, con una tendina e un sacco a pelo, senza neanche una felpa, e narra la sua storia con la leggerezza e l’assurdità di quelli che lui stesso non esita a definire “trip mentali”. Ci sono due giovani donne di Roma, appena arrivate da Oslo, le quali – pur alloggiando a pochi metri dal luogo della bomba dell’attentato – ci hanno messo due giorni a capire cos’era successo, scambiando la deflagrazione terroristica con una cannonata di mezzogiorno, come quella del Gianicolo…E mentre ti chiedono consigli su come organizzare i prossimi giorni – facendo ampiamente intuire che non hanno nemmeno idea di come sia fatta la Norvegia, delle sue distanze siderali e di dove si trovino esattamente in quel momento – tu improvvisamente realizzi che il mondo è davvero grande e l’umanità assai più varia e spiazzante di come tu la possa neanche lontanamente immaginare.

Tanto che questo mitiga in piccola parte il dispiacere per il fatto che i miei giorni di viaggio, fatti comunque anche di leggerezza e di evasione, stanno per tornare alla normalità, perché realizzo che forse qualcuno su questa terra non può permettersi questo lusso: non quello del viaggio, ma della normalità.

A volte le circostanze, le delusioni e le ferite, senza che ci siano particolari colpe da imputare, portano a vivere in una specie di dimensione parallela, in un mondo di stranezze e paradossi in cui uno si sente autorizzato o costretto a sospendere le normali leggi che regolano l’esistenza e la convivenza tra gli uomini; uno si rifugia in una vita che non è quella che avrebbe voluto ma che è l’unica che è in grado di portare avanti con una certa dignità.

E sinceramente non mi sento in diritto di biasimare o giudicare, solo percepisco una fragilità e una tristezza tali in queste anime che si rivolta verso di me come un boomerang e mi fa pentire di quando non mi rendo conto che io posso concedermi il lusso di rinunciare alla normalità, di ritenerla addirittura banale o insignificante, mentre per tanti rimane l’obiettivo più o meno celato di tutta un’esistenza.

La mattina seguente tutto è pronto per la partenza; l’autobus ci ferma proprio all’attacco del sentiero, come segnalato, 6km prima di arrivare a NordKapp. Ci accoglie un branco di renne, che però non è una coreografia turistica e quindi si tiene a distanza e malvolentieri si presta a farsi immortalare in qualche scatto. Il sentiero non ha niente a che fare con un impegnativo percorso di montagna ma richiede comunque attenzione e concentrazione perché sostanzialmente tutto pavimentato di rocce irregolari, con diverse pozze d’acqua e fango e una linea di marcia che si snoda in modo mai completamente ben visibile su questo promontorio tra la baia e le grandi rocce.

Ci aiutano i tanti “ometti” di pietra costruiti da chi è passato e posti di tanto in tanto come segnalazione per non perdere la direzione; è comprensibile la preoccupazione che turisti inesperti o imprudenti si avventurino sul sentiero con condizioni climatiche non ottimali. La giornata invece – anche se il sole stenta a trovare ampi varchi tra le nuvole – non desta problemi particolari, dandoci una mano, e anche il vento, vero nemico insidioso di questi luoghi, offre spesso tratti di tregua.

Così con passo sostenuto – non tanto per giungere velocemente ma per avere più tempo per restare e in caso di imprevisti – ma senza eccedere, dato che non si tratta di una gara ma di un cammino da gustare, procediamo speditamente verso nostra meta. La raggiungiamo in due ore, incontrando alcuni altri camminatori, ben altra cosa rispetto al formicaio chiassoso dell’altra notte, che salutiamo con consumata cortesia, come tradizione vuole sui sentieri di montagna, quasi ci conoscessimo da una vita ma legati solo dall’aver percorso quello stesso lembo di terra.

Knivskjellodden comunque è un posto scarno ed essenziale: un semplice cippo di cemento con un segnale di direzione dell’aria, una scatola metallica che racchiude il Libro dei visitatori, cui ovviamente apponiamo la nostra firma. Ma davvero non c’è bisogno d’altro qui: il posto parla da solo e il cuore sembra disposto all’ascolto.

E’ difficile descrivere le sensazioni o i pensieri di fronte a quel mare oltre il quale non c’è altra terra. Ho vissuto insieme il senso del limite e della finitezza e il desiderio di oltrepassarlo, di trovare un’altra via per andare avanti, quello stesso istinto che probabilmente ha spinto i grandi esploratori verso le loro conquiste.  Quello che porta a non accontentarsi del già conosciuto o a non credere di “possedersi” sempre e pienamente ma che apre possibilità e opportunità nuove. Quello che a volte dimostriamo, prendendo il coraggio a due mani, iniziando a esplorare noi stessi, a calcare con timidezza le terre emerse del nostro vissuto, quello strato profondo di ragioni, verità e sensazioni che affiorano in certi momenti della nostra vita e che chiedono di essere scoperte, accolte e sulle quali piantiamo con salutare fatica la bandiera della nostra identità.

Nel silenzio irreale e davvero assordante di quel posto il mistero era palpabile, vicino e inafferrabile allo stesso tempo. Gli scogli, su cui l’erba si diradava, si spingevano nelle acque mentre le onde frangevano la loro forza contro la terra, quasi a voler fermare o respingere la sua orgogliosa avanzata o la sua presuntuosa invasione. Attimi di pace e di riflessione, che forse da tempo non assaporavo in quella loro profondità e leggerezza. Poi il tempo di ripartire da quel cippo di cemento scarno e dimenticato dai tour operator, da cui Nordkapp risultava non solo piccolo e distante ma ancor meno attraente e significativo.

Lungo il tragitto del ritorno, oltre a qualche discorso non banale col mio compagno di avventure, ho potuto concedermi tempo ulteriore per meditare, pensare e capire. A un certo punto, dopo aver a lungo zigzagato tra le pietre del sentiero siamo arrivati a uno spiazzo dove le onde, il vento e pochi uccelli hanno smesso di emettere suoni, lasciando al vero silenzio – non quello che è solo vuoto o assenza di rumori, ma spazio accogliente e inquietante insieme – un primato che difficilmente altrove sono disposto a riconoscergli. E’ stata una sequenza di secondi in cui esso ha bussato al mio cuore e alla mia vita, quasi a chiedere di ritornarvi non più come ospite occasionale ma in modo più stabile e ampio dei pochi ritagli che, ahimè, gli concedo tra le occupazioni, le corse e gli affanni della giornata.

L’uso dei mezzi pubblici e comodo e rispettoso dell’ambiente, ma comporta in queste zone il disagio di non poter usufruire ovviamente di molte possibilità di orario; così quando ritorniamo al nostro punto di partenza iniziale, ci sono almeno 4 ore da attendere prima del ritorno. Uno sguardo al volo tra di noi e l’idea inconsueta e apparentemente incosciente è già lanciata: ci avviamo a piedi lungo il tragitto e proviamo l’autostop. Come del resto molti viaggiatori nei vari forum avevano sottolineato, i norvegesi sono disponibili ed educati, quindi non è certo impossibile usufruire di un passaggio in auto ma il traffico è molto modesto e spesso chi passa è già carico di altre persone o di cose da trasportare. Le incognite sono diverse, dall’ipotesi che nessuno sia disponibile a caricarci a quello di correre qualche rischio in caso uno sconosciuto ci faccia salire in auto. In verità, dopo qualche tentativo a vuoto, troviamo una signora che gentilmente ci fa salire e ci accompagna fino al grande bivio del camping, perché da lì lei deve proseguire in senso opposto; ci eravamo incontrati e salutati proprio al cippo di Knivskjellodden e quindi volentieri si è fermata per darci un passaggio. Recuperata all’ingresso del camping la pergamena che attesta che abbiamo raggiunto il punto più a nord, ci rimettiamo in strada per farci accompagnare fino a casa, confortati dal precedente risultato e comunque divertiti da questa esperienza sicuramente nuova e un po’ spiazzante che ti espone a brutte figure, alla fatica di dipendere dagli altri, alla maturità di accettare serenamente un rifiuto. L’attesa comunque non è poi tanta e così un giovane ci ospita nella sua auto, trasformata un po’ in casa ambulante: è uno svizzero che arriva in macchina dalla Finlandia e sta girando il mondo dall’America all’Asia e ancora in Europa. Il tipo, strano ma affidabile – un po’ meno forse la sua guida sportiva che taglia con leggerezza ogni curva – ci porta così fino a Honningsvåg, dove possiamo cenare e goderci l’ultima notte prima della partenza.

Tornati all’ostello i preparativi per il ritorno si susseguono veloci, in un conto alla rovescia che ormai non ho più la forza di rallentare o rinviare e forse è giusto così. Oramai il viaggio è speso – non amo dire finito – anche se per tornare a casa mancano ancora quasi due giorni che passeremo tra aeroporti, bagagli e controlli. Annullata l’incognita degli strascichi della bomba a Oslo, che non sembra causare ritardi, ci imbarchiamo per la prima tratta con Widerøe, partendo dal minuscolo e grazioso aeroporto di Honningsvåg, che sembra quasi “a conduzione familiare”. Per una volta, l’accogliente struttura ecofriendly e la cordiale informalità del personale mi riconcilia con la routine di queste operazioni, caratterizza di solito dalla calca e dal nervosismo, tra passeggeri imbranati e addetti alla sicurezza sbrigativi o indisponenti.

Il velivolo è decisamente ridotto, tanto da suscitare in noi una certa ilarità: sembra di prendere un bus con le ali e quando ci costringe a tre scali per compiere un tratto non certo lunghissimo ci rendiamo conto che forse l’impressione non era così azzardata. Del resto in questo lembo di Norvegia, dove la ferrovia si interrompe centinaia di chilometri prima e le strade sono ridotte, l’aereo assicura i collegamenti essenziali; così ci armiamo di santa pazienza aspettando il quinto decollo giornaliero previsto dal nostro itinerario alla volta di Oslo.

Kirkenes. Sono comodamente seduto nella sala d’attesa con le pigre comodità del viaggiatore moderno – wi-fi gratuito in tutti gli aeroporti e netbook – e annoto nel mio taccuino le ultime note, rileggo quelle già scritte, posto sul forum dei viaggiatori di interrail qualche notizia fresca che fa comodo a chi si accinge a partire per la Norvegia ed è allarmato per i postumi della strage a Oslo.

Un’occhiata a internet mi conferma il sospetto maturato leggendo le scritte dell’aeroporto in cirillico e notando, tra gli orologi internazionali sulla grande parete, l’ora di Murmansk. Ci troviamo davvero in capo al mondo, a una manciata di chilometri dalla Russia: come sembrano flebili e relative le distanze in questo viaggio norvegese! Il nostro aereo ci riporta nella capitale e, dopo una notte al Gaedarmoen Guest House, arriviamo carichi di bagagli e ricordi all’aeroporto di Oslo poco prima delle 12.

Qui ci accoglie una scena inconsueta: lo speaker annuncia un minuto di silenzio, in commemorazione delle vittime della strage di Utøya. Il silenzio che subito si materializza sembra quasi irreale proprio in uno dei luoghi più rumorosi, trafficati, frenetici in assoluto come l’aeroporto. Un segno di attenzione e rispetto, ricordo, vicinanza e solidarietà consumato proprio qui, dove migliaia di persone ogni giorno corrono frenetiche dietro ai propri orari, bagagli e affari, indifferenti o dimentichi dell’altro che mi passa accanto con la sua vita e la sua storia. Qui, dove i tanti voli che si incrociano, rimangono spesso in realtà – come le nostre vite – solo traiettorie parallele, destinate a non sfiorarsi mai neanche con lo sguardo.

Perché serve il dolore assurdo e violento per farci fermare e riflettere su questo? E’ questa la civiltà che abbiamo costruito? Verso quale futuro guardiamo e corriamo? Ma questo nostro è un tempo avaro di risposte e di certezze e forse anche pigro e scoraggiato nel cercarle.

Qualche giro ancora a vuoto tra la gente che torna pian piano ai suoi rumori e alle sue spese, un pranzo in velocità prima di imbarcasi sul confortevole volo che ci riporterà a Venezia, scalando a Francoforte. Chiudo il taccuino e idealmente ripongo ogni altro pensiero e riflessione, anche se ci ritornerò nei giorni prossimi – ci mancherebbe altro – con nuove sfumature e dettagli. Ma ormai gli occhi e il cuore, a dispetto della loro pretesa insaziabilità, sono pieni e, come bambini che si sono abbuffati col piatto preferito, ora reclamano il tempo della digestione, dell’assimilazione interiore.

Non aggiungo nessuna altra particolare conclusione, forse per la paura e la nostalgia di mettere la parola fine a questa esperienza, forse per la consapevolezza che comunque essa dipana le sue trame oltre gli episodi accaduti e narrati per rivivere nel ricordo, nel pensiero, nell’emozione suscitata, nella consapevolezza sempre in divenire. Lo sguardo saluta la Norvegia che ci ha accolti, stupiti, affascinati. E’ un addio o un arrivederci? Chissà, il mio cuore di viaggiatore non sa e non vuole dirlo, solo rimane a vivere con rinnovata fiducia il presente, ancora felice e grato di dove è stato, già curioso e bramoso di quello che sarà.