L’Okavango, con i suoi 1600km, è “solamente” (pensate che è due volte e mezzo il nostro Po) il settimo fiume dell’Africa (o ottavo a seconda di come consideriamo l’Ubangi, affluente del Congo), lunghissimo quindi ma piccolo se comparato ai quattro colossi Nilo, Congo, Niger e Zambesi. Nasce nella Sierra de Moco in Angola dove viene chiamato Cubango e prosegue il suo percorso scorrendo verso la Namibia, al confine tra i due stati, prima di entrare in Botswana nella grande Riserva naturale di Moremi. Se non detiene primati per la lunghezza, si rifà però per una caratteristica tutta speciale, che lo accomuna al Niger: anziché sfociare nel mare o in un lago, forma un enorme delta, una sorta di pianura alluvionale a ridosso del deserto del Kalahari, dove riversa la bellezza di 11km cubi d’acqua all’anno.

mappa by  Global Travel Publisher

L’enorme palude che si è formata nel corso degli anni (sembra che inizialmente il fiume formasse dei grandi laghi), è un ecosistema originale e di rara bellezza e unicità: l’acqua entra nell’area pressoché pura non essendoci in tutta la zona del corso insediamenti o attività agricole o industriali che riversino sostanze (è abitata solo nella riserva naturale da una popolazione indigena di centomila persone circa). La striscia di Caprivi, al confine con la Namibia offre in particolare una fauna e una flora africane in un habitat originale conservato magnificamente (pensate che il Botswana grande quasi il doppio dell’Italia ha appena due milioni di abitanti e ha applicato sin da subito dopo l’indipendenza una rigida politica di tutela ambientale con la creazione delle riserve naturali): sui tanti isolotti che affiorano nel delta, un labirinto di canali dove abbondano palme, salici, canne di bambù e ninfee e papiro, si possono ammirare grandi quantità di uccelli, in particolare la maestosa aquila pescatrice, aironi e martin pescatore. Altrettanto belli e facili da avvistare – però magari a una distanza un po’ più precauzionale – i molti coccodrilli del Nilo che nuotano e affiorano dall’acqua, gli ippopotami che si appostano nelle pozze più profonde dove si rinfrescano e riemergono solo per respirare.

Muoversi tra questi canali con le mokoro, le tipiche imbarcazioni di legno agili e maneggevoli (anche se dopo un po’ le braccia sentono lo sforzo!), è una esperienza piacevole e rilassante, sia perché scivolare sul pelo dell’acqua all’altezza dei giunchi ti fa sentire parte e non spettatore dell’ecosistema, sia perché ti restituisce un’altra dimensione del tempo e dello spazio, più umana e reale. La vita fatta di corse, distanze percorse in fretta, l’apparente sicurezza in cui ci chiudiamo nelle nostre case qua è improvvisamente scardinata: non voglio parlare di un nostalgico e retorico “ritorno alla natura”, ma della consapevolezza che ritmi più umani e vivibili ci restituiscono una parte di noi stessi, oltre che permetterci di gustare meglio la natura e le persone che ci circondano.

Nelle zone protette, poi si incontrano i tipici mammiferi africani: dalle gazzelle e impala alle giraffe, dalle zebre agli elefanti, dai bufali ai leoni (anche se, pur avendo avuto così la possibilità di scattare foto migliori, io avrei gradito di più una vettura chiusa…)

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