sulle orme di gengis khan

Il racconto prosegue con le immagini del viaggio verso Khara Khorum (in mongolo montagne nere), antica capitale dell’Impero mongolo di Gengis Khan, ora ridotta al  suo perimetro essenziale e agli edifici più importanti. Attorno i villaggi abitati sono piccoli e approfittano dei turisti per dare ospitalità. Anche noi dunque ci accomodiamo nella nella jurta o yurta o gher (in mongolo), la tradizionale tenda-abitazione delle popolazioni locali, che nonostante l’avanzare della “modernità” e del consumismo, preferiscono ancora vivere – per il tempo estivo – in questa semplice struttura, facilmente smontabile e trasportabile come nella consuetudine nomade dei mongoli (ma anche di altre popolazioni asiatiche come gli uzbeki e i kazaki).

Sette ore di macchina per arrivare fin qui, nella parte più occidentale della provincia del Ôvôrhangaj ci hanno dato un saggio dell’ampiezza, della linearità e della scarsissima densità di popolazione della Mongolia. Distese di verde, sulle quali ci siamo mossi come un pallina su un chilometrico tavolo di biliardo, senza montagne o case, soltanto la compagnia di pastori, cavalli, cammelli e qualche capra. Però questo non ha tolto bensì aggiunto piacere e meraviglia ai nostri occhi, mentre ci immaginavamo anche noi coinvolti con i mongoli ad allenare i cavalli da corsa per le feste del Nadam o quando pensavamo ai guerrieri nomadi di Gengis Khan che si spingevano fino ai confini dell’Europa, gettando le basi del loro incredibile Impero.

Una sveglia molto mattutina per fare due passi da solo sulla collina e cogliere qualche scatto di questa terra dove le linee vellutate e morbide disegnano volte di verde tutto attorno. In cima a un certo punto mi imbatto in un tradizionale palo con bandiere di preghiera tibetane. Ne esistono di due tipi: quelle orizzontali  (lung-ta, traducibile come “cavalli del vento”) e quelle verticali darchor (“asta della bandiera”) come quelle che vedete nelle foto, normalmente attaccate a dei pali in verticale piantati nel terreno, sulle montagne, sui tumuli o in cima ai tetti. Vengono esposte in luoghi all’ aria aperta per poter sventolare liberamente e creare un’ atmosfera di pace, serenità e speranza, laddove il vento porta le preghiere e con loro compassione, armonia, forza e protezione contro i pericoli e il male. I cinque colori hanno un preciso significato e un loro ordine: blu (cielo), bianco (aria), rosso (fuoco), verde (acqua), giallo (terra).

Il complesso di Khara Khorum conserva comunque il fascino storico di un’epoca che ha segnato lo splendore e l’avvincente epopea di queste tribù nomadi che Temugin – alias Gengis Khan – seppe domare, governare, riunire e organizzare nel più temuto e vincente esercito della storia di quei secoli, capace di conquistare. Le poche rovine rimaste dell’antica fortezza, accanto al monastero di Erdene Zuu testimoniano il suo declino e la scomparsa della Mongolia dalla scena geopolitica a vantaggio della Cina e di altre forze ma rendono ancora più incredibili le gesta eroiche di questi abili guerrieri e cavalieri mongoli. All’epoca Gengis Khan riuscì come e più di ogni altro precedente condottiero della storia a sottomettere terre e popoli: a differenza però di altri come Alessandro Magno o Cesare, egli non portò guerra per sete di potere o prestigio personale ma per la necessità pratica di trovare nuove terre – e quindi nuovi pascoli – per le sue tribù nomadi.

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La seconda notte nella jurta è più piacevole: ora siamo più isolati da altre abitazioni, accampati al confine tra le steppe e la sabbia del deserto. Questa tenda poi appare più curata nei dettagli, elegante, colorata nei tappeti che ricoprono la struttura in legno, offre un buon riparo e isolamento ed è anche spaziosa al suo interno. La disposizione dei posti, il modo di entrare, alcune regole su dove mettersi e cosa dire o al contrario su cosa non fare assolutamente seguono una antica tradizione e fanno parte del costume e della ospitalità mongola. Ci si può accomodare e poi sedersi alla porta, sorseggiando l’airag, il latte di giumenta fermentato tipico del posto.

Qui inizia il grande deserto del Gobi, che va espandendosi, in un continuo processo di desertificazione, facendo di colpo dimenticare – in un forte contrasto – il verde brillante delle sterminate pianure mongole: 1.3 milioni di metri quadri di sabbia, con pochi arbusti e ancor meno animali. Un deserto freddo creato e alimentato dall’ombra e dalla barriera formata dalla catena dell’Himalaya, che gli impedisce l’arrivo di piogge pur potendo trovarvi a volte sia brina che neve causati dai venti provenienti dalle steppe siberiane. Condizioni molto particolari che da un lato fanno la felicità di ricercatori e paleontologi (vi si trovano dinosauri e affini di epoche antichissime ancora in ottime condizioni) dall’altro rendono questo altipiano un posto difficile da vivere all’uomo d’oggi, fatta eccezione per poche tribù mongole nomadi insediatesi molto tempo fa. Anche se fa un po’ attrazione turistica, non ci facciamo mancare il giro in cammello tra le dune, occasione per scattare qualche foto delle distese di sabbia che coprono larga parte di questa regione, fino al confine con la Cina.

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Nelle ultime slides avete visto il viaggio di ritorno verso Ulan Bator, attraversando nuovamente le verdi distese dove pascolano i cavalli che fanno bella mostra di loro alla festa del Nadam o nelle corse che si organizzano nei villaggi principali. E così, dopo questa immersione nel fascino della cultura e della natura mongola, ci apprestiamo all’ultima tappa del nostro grande viaggio in Transmongolica (adesso sì bisogna chiamarla col nome giusto!): la Cina.