Mondele – in Lingala, la lingua che si parla nell’area delle capitali dei due Congo (Brazzaville e Kinshasa) – corrisponde allo swahili “muzungu” e definisce l’uomo bianco. Specialmente i bambini per strada, quando ti vedono passare dicono subito “mondele” (guarda il bianco!)… Non c’è necessariamente in questo appellativo un tono discriminatorio o offensivo (non sempre almeno) ma semplicemente la sottolineatura di una differenza, quella della pelle, che però ne racchiude tante altre (di provenienza, etnica, linguistica, culturale e soprattutto sociale e economica!). Il bianco può essere il vecchio colonizzatore come il funzionario che lavora in città, a volte il missionario, quasi mai il turista in una zona che non conosce questa attività, vuoi per la situazione di instabilità, vuoi per la mancanza di infrastrutture e di una mentalità del business turistico.

Così, quando senti questo appellativo, sussurrato appena o detto con sorridente sfacciataggine, anche se non mastichi la lingua locale, sai benissimo che stanno parlando di te. Per le strade, quando i ragazzini me lo dicevano, mi divertivo a rispondere loro (in francese ovviamente!) facendo loro capire che avevo compreso bene e generando in loro comunque sorpresa iniziale e poi amichevole complicità, sicché continuavano a parlarmi in francese, senza problemi.

Però, non lo nascondo, non fa piacere sentirsi chiamare “mondele” o “muzungu”. A volte mette un po a disagio anche solo camminare per strada essendo l’unico bianco a casa di un popolo nero. Si comprende di colpo il disagio e la paura, il senso di estraneità o di apparente o reale rifiuto che prova uno straniero, con la pelle diversa, nelle nostre strade, nelle nostre città.

Però, riflettendoci con calma, entrando in profondità di quel disagio ma anche conoscendo la storia dei posti e delle persone, una semplice considerazione si fa’ largo tra le varie sensazioni e emozioni.

In questa esperienza tocchi con mano il rischio di generalizzazione e faciloneria con cui ci riempiamo la bocca di discorsi sulla diversità, l’alterità, la bellezza della complementarietà che porta all’unità e alla condivisione…bla bla bla. Poi quando un bimbo nero ti sbatte in faccia la semplice realtà: sei un uomo bianco, sei diverso, non sei come me, che fatica ad accettarla con serenità, a prendere atto di questo dato di fatto oggettivo senza subito percepirne risonanze di altro tipo.

Sì, sono bianco, sono diverso da te e non ho nessuna ragione di sentirmi a disagio o offeso perché me lo hai ricordato, perché in una folla brulicante di persone dalla pelle nera, io risalto e sono facilmente visibile e distinguibile dagli altri.

Fatto questo passo, allora – solo allora – può iniziare il percorso mai scontato della comunione, del dialogo, del confronto, dell’accettazione, della solidarietà.

Su come poi l’accentuazione di questa differenza possa sfociare in rabbia, discriminazione, diffidenza, dovremmo cercare le cause nella storia e nei comportamenti passati e presenti di molti “muzungu”, ma questo è un altro discorso, lungo e doloroso, su cui riflettere e trarre qualche elementare conclusione.

Ecco perché, guardando questo spezzone del film di Giobbe Covatta, bianco tra i neri che per vedersi una partita di pallone devono farsela loro, non posso che sorridere di me stesso e della mia difficoltà a accettare di essere “mondele” o “muzungu”.

Amen!